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numero 10 - gennaio 2013

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 10 - gennaio 2013

In questo numero:

- Introduzione

- Care Socie, cari Soci

- L’impazienza del maschio

- “Quando torni a casa picchia tua moglie...Tu non sai il perché ma lei lo sa”


Introduzione

Comitato di Redazione

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Chi desidera inviare del materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 aprile 2013.

Buona lettura.


Care Socie, cari Soci

Daria Parma

Care Socie, cari Soci,

con impegno ed entusiasmo, misto ad apprensione, ho accolto la nomina alla Presidenza di “Rete D.P.I – Nodo di Trieste”. Sento la responsabilità di questo compito: si tratta di proseguire sul cammino tracciato con competenza e serietà da chi ha costituito la nostra Associazione e, attraverso una serie di sfide vinte e di attività realizzate, l’ha fatta diventare un punto di riferimento nelle politiche delle pari opportunità, nelle lotte contro ogni forma di discriminazione e nella promozione della dignità della persona. L’Associazione è divenuta, come sancito dallo Statuto, portatrice di interessi in tutti quei processi decisionali che una società pluralista e democratica, attenta alla persona e intesa a difendere la parità dei diritti si propone e realizza. Le azioni compiute si sono estese, non solo all’ambito locale, ma hanno investito soggetti regionali, nazionali e persino internazionali, mantenendo sempre quel carattere apolitico, apartitico e aconfessionale che ne ha definito l’identità. Il numero delle persone associate è via via cresciuto, facendo del nostro sodalizio una realtà significativa e di prestigio, che si interfaccia efficacemente con le istituzioni.

Le conquiste delle persone che, credendo nelle attività realizzate e nei fini perseguiti, hanno fondato l’autorevolezza e la solidità di “Rete D.P.I. – Nodo di Trieste” sono riferimenti imprescindibili nel progettare e costruire i nuovi percorsi. Mi riferisco a quanto realizzato da Elisabetta Tigani Sava, che è stata Presidente sin dalla costituzione dell’Associazione e si è spesa per la sua crescita con dedizione e impegno; al lavoro di tutte le persone che ne hanno costituito il Direttivo, nei due mandati passati, improntando le scelte del sodalizio e sostenendone le attività; a tutte le Socie e i Soci che hanno affrontato le sfide di un soggetto nato per promuovere politiche partecipate di eguaglianza e solidarietà.

É nel solco di quanto definito e realizzato fino ad oggi che vorrei che la mia azione e quella delle persone che mi affiancano nel Direttivo si innestasse: per dare continuità ad una realtà ormai configurata e, ove possibile, slancio alle iniziative che intraprenderemo. Sono convinta che tutto ciò sarà possibile se si realizzerà, insieme al sostegno, il coinvolgimento partecipato, attivo e propositivo di tutte le Socie e tutti i Soci. Facendo rete potremo conseguire gli obiettivi che appaiono velleitari a un’azione solitaria. Le scelte condivise e partecipate ci consentiranno, non solo di “essere” Associazione, ma di “esserci” nella realtà dei nostri giorni. La presenza di tutti darà significato a questa esperienza e valore a quanto potremo fare insieme.


L’impazienza del maschio*

Da alcuni mesi, sul quotidiano “Il Piccolo”, oltre ai soliti, purtroppo, “monotoni” titoli: “Uccide la moglie con 11 coltellate”, “Si sveglia dal coma e accusa il marito di averla spinta giù dal balcone”, e simili, sono comparsi al loro fianco titoli ancora più efferati: “Rifiuta le nozze combinate, sequestrata in casa e stuprata”, “Il nuovo compagno abusa della figlia minore della convivente”, “In crescita i reati sessuali contro i minori”. Nel 2011 sono stati 5 mila i bambini abusati, violentati e la maggioranza erano bambine. Nel mondo sono 100 milioni quelle costrette a sposare uomini adulti. Un’emergenza tale che l’ONU ha proclamato nel 2012 per la prima volta l’11 ottobre Giornata mondiale delle bambine, mentre il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale contro la violenza sulle Donne. Un’emergenza rosa dove il colore rosa si fa sempre più rosso.                                      

Edi Haipel

Muggia, 11 ottobre 2012

* Testo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo


“Quando torni a casa picchia tua moglie...Tu non sai il perché ma lei lo sa”

(Confucio)

Ignazia Zanzi

La cronaca registra un numero di casi di violenza alle donne, maltrattamenti, vessazioni fisiche e psichiche, paragonabili se non a un bollettino di guerra a un'emergenza, anche nei paese “evoluti” dell'Occidente democratico.

I dati sono allarmanti: violenze che vanno dalle forme più barbare dell’omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione ed alla negazione della libertà negli ambiti familiari, alle manifestazioni di disprezzo per il corpo femminile. Una ricerca del Consiglio d’Europa afferma che l'aggressività maschile è la prima causa di morte violenta e d'invalidità permanente per le donne tra i 16 e i 44 anni in tutto il mondo, e che tale violenza si consuma per lo più fra le pareti domestiche.

Non occorre spingersi quindi a trovare giustificazione nella millenaria saggezza cinese perché ci si può imbattere in questa violenza quotidianamente all'interno delle famiglie, nelle relazioni di coppia. La violenza domestica non ha passaporto. Quasi che la conflittualità, segno di confronto di diversi punti di vista, idee, aspirazioni di genere, la risposta nel quotidiano alle mutate relazioni fra i sessi, trovino in troppi casi con la violenza sulle donne espressione di un'antica attitudine maschile. E in più, paradossalmente, queste violenze ai corpi e alle menti, pretendono di trovare giustificazione nell'amore. Malato certo, di uomini deboli, fragili e sconfitti, è il giudizio unanime gli esperti. Storie di amore criminale che possono indistintamente interessare tutte. Delle quali quasi solo le donne parlano. Un silenzio assordante - qualcuno l'ha definito - che deve essere sostituito da una riflessione che coinvolga non poche voci maschili ma molte: nelle famiglie, nelle scuole e università, nei luoghi della politica e dell'informazione, nei luoghi di lavoro.

C’è una cultura da cambiare. E’ la cultura che viene somministrata ai maschi sin da piccoli e, purtroppo, anche dalle e alle donne in modo più o meno diretto.

Intanto si protegga quel poco che si ha: i Centri Antiviolenza che sono a rischio perché soffrono una costante diminuzione di fondi. Come altre realtà che operano sul territorio: affrontano le stesse difficoltà anche perché non esiste una legge nazionale che garantisca la continuità e l’omogeneità degli interventi.

I Centri Antiviolenza sono luoghi dove si può trovare formazione, protezione, sostegno legale, psicologico e materiale. Capire, parlare alle persone giuste significa salvarsi.

La psichiatra francese Marie France Hirigoyen, nel libro Molestie morali, dimostra che c’è sempre un momento preciso in cui tutto si decide: un evento, anche solo una frase. Segnali di un’ossessione malata che è quasi sempre destinata a crescere. Le chiavi per decodificare i segnali è importante che le abbiano i professionisti (medici, psicologi, poliziotti) che per primi incontrano le donne che vincono imbarazzo, vergogna, sensi di colpa e parlano con loro. Imboccare il tunnel che le porta a diventare vittime di violenza sarebbe meno facile e frequente.

Gli uomini devono riflettere, far sentire la loro voce. Gli uomini possono cambiare, se vogliono: anche quelli violenti.

Primo passo: rendendosi conto di aver passato il segno. La violenza è il problema non è la soluzione. Se riconoscono la violenza, riconoscono di essere responsabili, verso se stessi e verso gli altri.

Contrariamente al senso comune, occorre, certo, molto coraggio per chiedere aiuto. Per non fingere che sia sempre colpa degli altri. Per non credere di bastare a se stessi. Occorre molta forza per non dare nulla per scontato e accettare il fatto che si può cambiare e che ci sono persone che possono accompagnare lungo strade nuove. Per questo motivo l'Azienda USL di Modena il 25 novembre, nel 2011, nella Giornata Internazionale contro la violenza alle donne, aveva presentato l'avvio di un programma sperimentale per il trattamento degli uomini autori delle violenze. Il programma si connota come un innovativo 'nodo' all'interno della rete territoriale esistente, unico esempio in Italia di struttura pubblica che segue gli uomini maltrattanti. Il Centro LDV “Liberiamoci dalla violenza” era una scommessa un anno fa: attualmente è una certezza che può delineare un percorso futuro di cambiamento per molti uomini.


 

Sede Legale: Via Enrico Toti, 14, 34131 TRIESTE - Codice Fiscale: - PEC: presidente@ pec.retedpitrieste.it

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