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numero 9 - settembre 2012

 

Gentile socia, gentile socio,

nell’inviarti il numero 9 di La Rete siamo noi, ti ricordiamo che domani venerdì 28 settembre 2012 avrà luogo l’Assemblea dei soci della nostra Associazione alle ore 17.30 presso l'Aula 0B dell'Edificio H3 dell'Università degli Studi. Le votazioni avranno luogo inderogabilmente dalle ore 18.00 alle ore 19.00.

Nell’attesa di vederci di persona al successivo incontro conviviale, ti giungano i nostri migliori saluti.

Il Comitato Direttivo

 

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 9 - settembre 2012

In questo numero:

- Introduzione

- Cyberspazio e differenze di genere

- Maschia Italia

- Progetto ReINcluse: il cucito

- La prima volta dentro


Introduzione

Comitato Direttivo

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Chi desidera rivedere i numeri precedenti di La Rete siamo noi, può trovarli sul nostro sito http://www.retedpitrieste.it/" href="http://www.retedpitrieste.it">www.retedpitrieste.it.

Per quanto riguarda l’invio di materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 dicembre 2012.

Buona lettura.


Cyberspazio e differenze di genere

Francesca Soglian

Avere accesso alla rete, digital divide, godere della disponibilità della conoscenza e della circolazione dei messaggi, far parte in modo attivo e completo della Nuova Società dell'Informazione, sono temi ormai entrati a pieno titolo nel nostro quotidiano, ma come ci collochiamo noi donne all'interno di questo scenario? Si può parlare di una “parità di genere digitale”?

Procediamo con ordine.

Innanzitutto partiamo dal concetto di digital divide. La tendenza è quella di restringere il significato di digital divide al divario tra coloro che hanno accesso alle nuove tecnologie e coloro che non lo hanno, a chi accede al mondo dell'informazione e chi, al contrario, ne è escluso, senza invece tener conto che il quadro è più ampio poiché non è solo una questione di avere accesso o meno ai mezzi tecnologici, è necessario considerare che l'accesso è differente a seconda del livello di istruzione, delle competenze, delle capacità di utilizzare le nuove tecnologie, delle modalità e delle possibilità di incorporare tutto ciò nei propri tempi e nei propri spazi personali. A ciò si uniscono l'abitudine ad interfacciarsi con lo strumento tecnico, la varietà di usi che i soggetti ritengono di poterne fare in modo efficace ed efficiente, l'intensità d'uso, l'autonomia e, non ultime, le caratteristiche personali e perciò anche le caratteristiche di genere.

Tra gli stereotipi di genere si riscontrano frequentemente quelli che vedono la donna affetta da una sorta di computerfobia, svantaggiata nell'apprendimento di nuove tecniche e fagocitata da una serie di altre occupazioni quali la cura della famiglia, figli in primis, cura della casa e attività varie che portano via tempo alla connessione.

Nella Conferenza di Riga dell'11 giugno 2006, la Commissione Europea ha individuato anche i soggetti di genere femminile tra i segmenti di popolazione più esposti all'impoverimento digitale.

Vari sociologi, interpretando i dati provenienti da studi e ricerche condotti a livello nazionale e internazionale, hanno evidenziato aspetti fondamentali che vanno presi in considerazione nel parlare di una partecipazione paritaria al mondo dell'informazione.

Il primo è l'accesso, che come già ricordato, si riferisce non solo alla disponibilità della dotazione tecnologica ma anche al tempo dedicato in ambito domestico, al numero di strumenti presenti in famiglia.

Il secondo aspetto riguarda la competenza. Noi donne siamo inclini a sottovalutare le nostre capacità di far uso della tecnologia e purtroppo quest'atteggiamento porta ad un'autopercezione a non essere capaci che però spesso non corrisponde ad una reale incapacità. Tutto ciò si lega anche ad una tradizione culturale, ad una permanenza di stereotipi, che vedono la tecnologia come territorio tipicamente maschile nel quale noi donne sembriamo muoverci in modo ansiogeno e meno sereno, tendiamo ad attribuirci capacità minori e questo incide sull'approccio con lo strumento e può presentare un rischio nell'ambito lavorativo tenendoci distanti da professioni strettamente legate alla tecnologia. A conferma di tale visione, vi è la situazione di Paesi dove ci si avvia ad una chiusura dei gap di genere per quanto concerne livello di istruzione e tasso occupazionale, ma permangono differenze significative nell'accesso e nell'uso di nuove tecnologie.

Il terzo aspetto è l'uso. Esso è correlato agli interessi e alle motivazioni associati ai ruoli sociali di genere: gli uomini sarebbero più orientati verso una dimensione più individualistica di empowerment lavorativo e dell'intrattenimento, noi donne, invece, verso attività più legate alla sfera delle relazioni interpersonali, più imperniate sulla comunicazione con gli altri e per gli altri.

I dati del Rapporto dell'ISTAT “Cittadini e nuove tecnologie”, pubblicato lo scorso dicembre, offre un quadro sulle specificità di genere che si presentano nel mondo della rete nel nostro Paese. Nonostante vi sia una crescita nell'uso del PC e di Internet rispetto al 2005 sia per gli uomini che per le donne (Tabella 1), emerge che la popolazione maschile, per esempio, è più attiva di quella femminile nello scaricare software (35,4% rispetto al 18,9% delle donne) e nell’e-banking (36,5% rispetto al 27,2% delle donne), le donne, invece, si dimostrano più interessate e propense ad utilizzare il web per reperire informazioni sanitarie (52% delle donne contro il 39% degli uomini) e per cercare informazioni su attività di istruzione o corsi di qualunque tipo (38% contro il 34,5% degli uomini). Minori differenze tra i due sessi si riscontrano per attività quali spedire o ricevere e-mail (81,8% degli uomini contro il 79,5% delle donne), leggere o scaricare giornali, news, riviste (53,7% degli uomini contro il 47,9% delle donne), leggere e postare opinioni su problemi sociali o politici su web (25% degli uomini contro il 20,3%), telefonare via Internet (24,9% degli uomini contro 21,4% delle donne). Da tale Rapporto emerge inoltre che le attività informatiche restano una prerogativa maschile: capacità di istallare un nuovo sistema operativo (35,1% degli uomini contro il 16,5% delle donne), di modificare o verificare i parametri di configurazione di applicazione di software (36,2% contro il 19% delle donne), di installare periferiche (il 68,5% degli uomini rispetto al 50,6% delle donne) e di trasferire file da computer ad altri dispositivi (70,9% contro il 60,3%). Anche le modalità di apprendimento delle competenze per navigare in rete presentano alcune differenze rispetto al sesso. Gli uomini mostrano una maggiore propensione all’acquisizione delle abilità attraverso la pratica (77,4% contro il 74,1% delle donne) e lo studio individuale (30,7% contro il 20,7% delle donne), mentre le donne ricorrono principalmente all'aiuto di colleghi, parenti e amici (70% contro il 67,1%).

C'è quindi del lavoro da compiere anche verso una parità di genere a livello digitale e io credo che questa per noi donne sia una grande opportunità da cogliere, solo noi possiamo fare la differenza per noi stesse. Come dimostrano i dati noi siamo più portate a vedere un ruolo funzionale del cyberspazio e siamo brave nelle relazioni, la tecnologia per noi può diventare un prezioso alleato anche nel mondo dell'occupazione con forme di imprenditoria femminile grazie ai costi contenuti dello strumento, alla facilità e all'immediatezza dei contatti (solo per citare alcuni esempi), senza perdere di vista aspetti importanti tra cui quello della conciliazione lavoro-famiglia.

 

Uso del PC

Uso di Internet

2005

2011

2005

2011

Donne

34,70%

47,40%

26,90%

46,70%

Uomini

45,30%

57,20%

37,10%

56,60%

Tabella 1: Confronto nell'uso delle nuove tecnologie in Italia (Fonte Rapporto ISTAT “Cittadini e nuove tecnologie” - 2011)

 

 

Bibliografia e sitografia:

R. Bracciale Donne nella rete. Disuguaglianze digitali di genere. FrancoAngeli 2010

http://www.cirsdig.it/Pubblicazioni/salvo.pdf.pdf" href="http://www.cirsdig.it/Pubblicazioni/salvo.pdf.pdf">http://www.cirsdig.it/Pubblicazioni/salvo.pdf.pdf" style="color:gray">http://www.cirsdig.it/Pubblicazioni/salvo.pdf.pdf - M. Salvo Il digital divide nella sua più recente configurazione: dalle differenze intergenerazionali alle differenze di genere – C.I.R.S.D.I.G (Centro Interuniversitario per le ricerche sulla Sociologia del Diritto e delle Istituzioni Giuridiche) 2006

http://www.istat.it/it/archivio/48388" href="http://www.istat.it/it/archivio/48388">http://www.istat.it/it/archivio/48388" style="color:gray">http://www.istat.it/it/archivio/48388


Maschia Italia*

Il 27 giugno 2012 veniva reso pubblico un rapporto dell’ONU sulla violenza sulle donne in Italia con un titolo ad effetto “L’Italia tollera il femminicidio”; al suo interno delle accuse molto gravi: “il femminicidio è un crimine di Stato tollerato dalle Istituzioni pubbliche per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne che vivono diverse forme di discriminazione e di violenza durante la loro vita” e ancora “la maggioranza delle manifestazioni di violenza non sono denunciate perché vivono in un contesto culturale maschilista dove la violenza in casa non è sempre percepita come crimine, dove le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili delle violenze”.

Il 29 giugno la stampa riporta “Massacra la moglie col mattarello, lei lo aveva denunciato per stalking”. A colpirla a morte, sfondandole il cranio, sotto gli occhi dei tre figli, due maschi di 7 e 2 anni e una bambina di 5, il coniuge, medico, primario di un ospedale del Nord. Solo tre mesi prima la donna aveva denunciato l’uomo per stalking (minacce, insulti, violenze). “Ora rinchiuso nel carcere con l’accusa di omicidio volontario, l’assassino non sa che i due figli più grandi, in lacrime, continuano a chiedere della mamma”.

Tristi note di questa “maschia” Italia, Paese sempre meno adatto alle Donne.

Edi Haipel

Muggia, 1 luglio 2012

* Testo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo


Progetto ReINcluse: il cucito

Paola Lena

Quando venni a conoscenza per la prima volta del Progetto ReIncluse realizzato dalla nostra Associazione a favore delle detenute della sezione femminile del carcere di Trieste, ne fui subito entusiasta e diedi la mia disponibilità per il gruppo di lavoro che avrebbe dovuto occuparsi della presentazione di film, libri e altro.

Successivamente, quando alcuni mesi dopo, nel corso di una delle nostre riunioni, mi si chiese collaborazione anche per il corso di cucito, fui molto contenta di aderire anche a questa parte del progetto, perché sapevo che già in altre città d’Italia si erano attuate con successo attività simili e quanto fosse importante portarle avanti anche per Trieste dove ancora nulla era stato fatto. Inoltre, essendo amante del cucito fin dall’infanzia, l’idea di confezionare borse mi dava l’occasione di riprenderlo con rinnovato impegno, dopo un lungo periodo di abbandono. Si trattava infatti, per la prima volta, di confrontarmi con altre persone all’esterno di casa.

Scrivere di questo ora mi fa venire in mente mio padre. Quando bambina piccola mi risvegliai dopo l’intervento alle tonsille, mi venne vicino, mi diede un bacio e mi chiese che cosa volevo in regalo e io gli dissi: una macchina per cucire! Ricordo ancora il suo sorriso e la promessa mantenuta con una bellissima macchina per cucire giocattolo, che ancora ricordo perfettamente, di metallo, con una bella base d’appoggio e la manovella a disco con pomolo rosso. Cuciva alla perfezione e ne ero proprio contenta; peccato che nei nostri vari traslochi sia andata perduta.

Con la mia bella macchina giocattolo, da bambina mi piaceva tanto confezionare vestitini per le bambole e mi applicavo con molta cura e impegno. Da questo, nel tempo e con la nostra vecchia ma solida e affidabile Singer a pedale - che uso tuttora -, sono passata a confezionare tutte le tende di casa, le lenzuola e le tovaglie, e a realizzare piccole riparazioni soprattutto a gonne e pantaloni. Quest’ultimo lavoro, più impegnativo, col tempo, mi aveva portato a considerare la necessità di un corso di taglio e cucito, ma durante le prove presto mi resi conto che la confezione di abiti richiedeva, oltre al lavoro di cucito a macchina che tanto mi piaceva, un lungo e meticoloso lavoro di rifinitura. E’ questo lavoro infatti che fa sempre la differenza e la qualità di un abito di sartoria. Dopo diversi miserabili tentativi, lavori abbandonati a metà e arrabbiature perché non riuscivo a fare bene, ho tristemente preso atto che non avevo proprio la pazienza necessaria. La motivazione non era forte a sufficienza per superare la noia dei sopraggitti, dei bordi rifiniti a mano, delle accurate fermature dei fili.

Avendo celato questo mio fallimento in fondo al cuore, nel mettermi alla prova - come dicevo - per la prima volta fuori casa, con l’insegnate di taglio e cucito e le amiche dell’associazione, grande è stata la soddisfazione nel constatare che il mio lavoro veniva apprezzato, che venivo addirittura considerata un’esperta: vi assicuro non me lo sarei mai immaginata. E’ stata una sorpresa inaspettata che mi ha reso proprio felice. Grazie a tutte!  


La prima volta dentro

Loriana Crevatin

Che corsa per arrivare puntuale, lasciare i bambini, trovare parcheggio, spegnere il cellulare, ricordarsi di portare il documento, ma ce l’ho fatta. Ho mostrato la carta d’identità, ho messo la borsa nello stipetto..... La porta si chiude, sono dentro. Si chiude un’altra porta. Devo attendere perché si apra quella successiva. Percorro un lungo corridoio. Un’altra porta blindata si chiude dietro di me. Arrivo alla porta blindata successiva. Attendo che si apra. Che silenzio. La struttura dell’edificio sembra nuova, ma le inferiate sono vecchie. Una guardia prende un mazzo di chiavi, mazzo gigantesco, chiavi gigantesche, toppa della serratura gigantesca, gira tre mandate, la saracinesca si apre. Sono grossi tubi di ferro, ridipinti, ma sempre vecchi di una vecchia concezione delle carceri, quella per cui i detenuti potevano evadere limando le sbarre. Ecco, comincio a rendermene conto appieno. Il cellulare è rimasto fuori, tutti i miei effetti sono rimasti fuori, anche il mio documento di identità è rimasto fuori, i miei figli sono rimasti fuori, tutto il mondo è rimasto fuori, ho solo quello che indosso e sto percorrendo corridoi vuoti in cui il rumore delle mie scarpe causa un’eco assordante. Sento delle voci provenire da un cortile, per qualcuno quella è l’ora d’aria. Supero l’ennesima porta blindata, saluto l’ennesima guardia ed inizio a salire per alcuni piani. Sto raggiungendo la sezione femminile della Casa Circondariale di Trieste. Ad angosciarmi non sono tanto le sbarre che dividono i diversi piani della struttura, quanto l’idea che si sta facendo strada dentro di me. Comincio a capire cosa debba provare una persona che entra qui dentro imputata di un crimine. Quale significato di angoscia hanno quelle porte che si chiudono alle tue spalle man mano che vai avanti, con quanta sofferenza percorri ogni singolo gradino, sapendo che non ridiscenderai che tra un tempo infinito. Il carcere è un luogo in cui il tempo si distorce, sembra fermarsi, dilatarsi, perdere di significato, almeno il tempo della frenesia quotidiana di chi è fuori, non c’è più, in carcere non c’è fretta. Il tempo è solo un qualcosa che deve, assolutamente deve, passare, e si sa, non passa mai. E mentre sali quegli ultimi scalini hai la sensazione che quei piedi non siano più i tuoi di donna libera, lì per scelta, ma quelli tuoi di donna carcerata e il tuo stato d’animo diventa quello di sconforto totale, di perdita di tutti i punti di riferimento, cominci a sentire lo stesso senso di smarrimento che proveresti se fossi condotta per la prima volta nella tua cella, e mentre ti assale il magone, sai che tu non ne hai diritto, perché tu poi uscirai e per te sarà tutto finito, mentre le carcerate, quelle vere, loro sì, vedranno andare via anche te e rimarranno sole con il loro sconforto.

 

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