Stampa

numero 8 - marzo 2012

 

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 8 - marzo 2012

In questo numero:

- Introduzione

- Cattive madri

- Donne dentro

- 8 marzo

- Una rivoluzione silenziosa


Introduzione

Comitato Direttivo

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Per quanto riguarda l’invio di materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 maggio 2012.

Buona lettura.


Cattive madri

Daria Parma

La causa di un bambino in difficoltà, con problemi di apprendimento e di relazione, va ricercata in una madre inadeguata?

Questo emerge con forza dalle interviste di un gruppo di psicoanalisti francesi, le cui affermazioni sulla natura dei disturbi autistici sono raccolte in un video, “Le mur. La psychanalyse à l’épreuve de l’autisme”, realizzato nel 2011 dalla giornalista Sophie Robert. Il video, che presenta delle tesi choccanti, è stato censurato: nonostante le prove portate dall’autrice in relazione alle registrazioni originali da cui è stato tratto il documentario e alla fedeltà del prodotto realizzato, è prevalsa, in giudizio, la tesi accusatoria, sostenuta dagli psicanalisti già intervistati, secondo cui il montaggio sarebbe una distorsione dello spirito degli interventi. Vi è, comunque, una versione con sottotitoli inglesi ancora reperibile su youtube,* che vale la pena di visionare per comprendere quanto tesi sessiste e stereotipi di genere continuino ad influenzare i modelli di analisi della funzione genitoriale e a schiacciare le madri nel ruolo di colpevoli delle fragilità, degli insuccessi e persino delle malattie dei figli.

I disturbi legati all’autismo – la difficoltà di comunicazione linguistica e gestuale, di interrelazione e di integrazione sociale – sono addebitate a madri inadatte, che persino durante la gestazione, e poi in una fase di depressione post-partum, determinerebbero, con il loro rifiuto, la chiusura del figlio ‘in una bolla’, rendendolo, così, incapace di autonomia e di percezione di sé. Il bambino, cui sarebbe impedito il distacco dal legame naturale con la madre e l’accesso al mondo simbolico del padre e al linguaggio, che ne rappresenta la forma più strutturata, tradurrebbe in comportamenti di regressione e di chiusura la percezione del disamore materno. Svilupperebbe, dunque, un disturbo di tipo psicotico e non, come invece affermano molti studi di genetica e di neuroscienze, tradurrebbe un problema nella codificazione genetica in una serie di rappresentazioni mentali e di comportamenti, che un’adeguata terapia cognitivo-comportamentale potrebbe rigovernare.

Vediamo alcune affermazioni contenute nel video:

“Talvolta, quando la madre è depressa in gravidanza o dopo il parto, il bambino può diventare autistico”.

“La madre si situa dal lato della natura, il lato animale, mentre il padre è quello che fonda la cultura”.

“Il fondamento del mio lavoro di analista con bambini autistici è di rinunciare all’idea di un miglioramento”.

“L’incesto paterno fa parte dei guasti, rende le bambine appena un po’ fragili. I ragazzi che penetrano la madre divengono, invece, psicotici”.

“La gravidanza non è che biologica, il bambino non esiste come persona. E’ immerso in un vuoto relazionale che dà origine all’autismo”.

“La madre risponde alla legge del capriccio. La funzione paterna è di guida del bambino, è una sorta di bussola.”

“Uno dei ruoli della psicoanalisi è di agire secondo un processo di disincantamento.”

Se il disincanto cui la psicoanalisi ci aiuterebbe a pervenire, consiste nel rappresentarci la sindrome autistica come l’effetto determinato sui figli da donne incapaci o indisponibili a essere madri –seppure solo a livello inconscio-, strette in un ruolo astoricamente naturale o capricciosamente inadeguato, allora possiamo scegliere di prendere le distanze da una disciplina che si vuole scientifica nel determinare il limite dell’essere donne e nell’additarci le colpe di cui ci macchiamo pur nella nostra inconsapevolezza!

* http://www.youtube.com/watch?NR=1&;feature=endscreen&v=W-zofLBFjto


Donne dentro

Anna Del Piccolo

Anni fa una mia cara amica, suor Arcangiola, mi raccontò che, collaborando con la Caritas, andava in carcere a Padova a portare conforto alle persone detenute. Ricordo che la mia reazione è stata immediata: “Io non potrei mai farlo!” invece ancora una volta sono rimasta sorpresa da me stessa e dalla mia disponibilità immediata a partecipare al Progetto ReIncluse della Rete Dpi – Nodo di Trieste.

Per capire meglio questa realtà a me sconosciuta, ho partecipato a tutti gli incontri promossi dalle Educatrici all’interno della Casa Circondariale di Trieste e sono stata presente al convegno “Oltre al muro…la città”; ho ascoltato con attenzione tutti i consigli di chi già opera all’interno del carcere come volontario di altre Associazioni e ho visitato i luoghi dove le persone rinchiuse passano le loro giornate dalle ore interminabili.

Ho concluso che, se volevo entrare nella Sezione femminile e portare qualcosa di positivo dall’esterno, dovevo fare un grande lavoro su me stessa partendo dalla consapevolezza che le donne che incontravo erano già state giudicate e non avevano bisogno di sentirsi studiate, analizzate o compatite da altre donne bensì accettate per ciò che sono: donne, appunto. Con spirito libero e lasciandomi alle spalle le preoccupazioni della mia vita, sono entrata in punta di piedi in questa struttura che ora sento come “mia” perché all’interno ho trovato persone desiderose di avere notizie fresche dall’esterno e bisognose di una parola di speranza per il loro futuro. Il progetto della Rete DPI – Nodo di Trieste infatti prevedeva in una prima fase di coinvolgere le donne in un lavoro di sartoria per permettere loro, al momento dell’uscita dal carcere, di avere le basi del corso di taglio/cucito. Alle detenute che partecipano viene dato un contributo in termini economici così da permettere loro di disporre di piccole somme di denaro che possano aiutarle nelle necessità quotidiane.

Purtroppo non tutte le donne hanno aderito alla nostra iniziativa perché, a differenza degli uomini, soffrono molto più per la mancanza di uno spazio tutto loro che possa ricreare l’atmosfera di casa e pertanto la grande maggioranza si lascia andare alla depressione e fa difficoltà ad alzarsi dal letto. Le donne recluse preferiscono guardare il soffitto o la tv e rinunciano pure al momento di ricreazione per stare sole con loro stesse, i loro pensieri, i loro ricordi.

Delle persone conosciute all’interno della struttura di Trieste mi ha colpito molto il loro bisogno di presenza vicina e costante ma soprattutto anche il desiderio di un contatto fisico sincero. Non è facile per loro lasciarsi andare, non è facile sorridere a persone sconosciute, c’è sempre il timore che queste vogliano qualcosa in cambio o possano riferire in giro i fatti propri… Quando invece hanno sentito che il mio andare da loro è disinteressato, che desidero star loro vicino con una parola affettuosa, un gesto amorevole come una stretta di mano o una carezza, allora la loro paura si è sciolta e abbiamo iniziato a costruire quello che io chiamo un vero rapporto. Ora per noi il rivederci è momento di festa, io non posso trattenermi dall’abbracciarle e dal baciarle e quando arriva l’ora di andarmene, ogni volta mi sento triste perché fino al mio prossimo rientro so che mi mancheranno. Anche con il personale di sorveglianza il rapporto si è intensificato, possiamo parlare di cose serie, ma anche scherzare ogni tanto e il clima risulta molto gradevole. Quello che mi piace tantissimo è che, intorno a un tavolo di lavoro, in mezzo alle stoffe, ai fili, alle forbici, alla carta velina, ciò che conta è lo spirito, che è quello di un gruppo di donne qualsiasi che si ritrova a un laboratorio di sartoria e chiacchiera delle situazioni che stanno più a cuore: famiglia, figli, lavoro. Io, in mezzo a loro, sento che siamo uguali, e, al di là dei problemi che condizionano la loro vita e al di là di ciò che hanno commesso, sento che siamo DONNE e spero che tutto questo abbia un senso anche per loro.

E’ molto dura, dover dividere un piccolo spazio con persone mai viste, che possono essere ammalate, che non rispettano le norme igieniche e non collaborano.

Una signora un giorno mi ha detto “Il tempo qui non passa mai“: io spero che il tempo che io dedico con tutto il cuore a questo progetto non sia tempo sprecato, ma possa aiutare queste donne a vivere qualche ora in allegria o perlomeno in compagnia di un’altra donna che si mette in ascolto e non giudica la loro vita.

Vi assicuro che a me, il tempo trascorso con loro, passa velocissimo e, quando esco, mi sento ogni volta felice, caricata, come se in realtà fossero loro a donare a me la vitalità.

Io esco, respiro a fondo, guardo il cielo e ringrazio di vivere una vita semplice, ma libera.


8 marzo*

“State molto attenti a far piangere una donna,

che poi Dio conta le sue lacrime.

La Donna è uscita dalla costola dell’Uomo,

non dai suoi piedi per essere pestata,

né dalla testa per essere superiore,

ma dal fianco per essere uguale.

Un po’ più in basso del braccio per essere protetta

e dal lato del cuore… per essere amata!”

Edi Haipel

Muggia, 2 marzo 2012

* Poesia inviata alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo


Una rivoluzione silenziosa

Raffaella Zorn

Che sia un cellulare tradizionale o uno di nuova generazione, paragonabile ad un vero e proprio computer, sono ormai poche le persone che non hanno un telefonino in tasca. Divenuto di fatto l' immancabile compagno di viaggio in ogni nostro spostamento, sia che si vada al lavoro, sia che la trasferta avvenga per svago, spesso viene usato ovunque e in qualunque momento, più volte al giorno, con persone diverse o con la stessa persona.

Se all'inizio era considerato principalmente uno status symbol ora è diventato uno strumento più che necessario per un numero sempre crescente di persone, e per tale motivo si colloca a pieno titolo in quelle tecnologie che hanno cambiato e cambiano tuttora il modo di comunicare. Senza che se ne accorgessimo, infatti, ha dato luogo ad una "rivoluzione" che si è compiuta silenziosamente nelle tasche della gente.

Grazie a questo strumento comunichiamo più spesso, ma le nostre interazioni sono molto veloci e a volte forse anche troppo sbrigative. Con il cellulare le decisioni, sia private che di lavoro, possono essere prese ovunque, in un attimo, su due piedi. Anzi, a dire il vero, questo è ciò che in realtà ci si attende da chiunque. L'utente si aspetta una risposta immediata ad un problema, perché ormai abituato ad agire in fretta in una società dove ormai tutti vanno di fretta.

Del resto anche i nostri programmi non sono più così precisi, possono essere decisi da un momento all'altro, ma con la stessa facilità possono venir cambiati. Siamo capaci di fissare un appuntamento con degli amici, ma se all'ultimo momento qualcuno di più interessante chiama e propone qualcosa di meglio, basta telefonare ai malcapitati amici ed avvisare del contrattempo. Oppure, mentre si guida verso un posto dove c'è qualcuno che ci attende, possiamo in qualsiasi istante cambiare direzione, inventando una scusa, e liquidando gli altri con un semplice SMS.

Senza rendercene conto e grazie a questo nuovo sistema di comunicazione, abbiamo adottato un modo di vivere un po' "nomade" che ci permette di cogliere tutte le opportunità che riteniamo migliori per noi in quel preciso istante.

Ma allo stesso tempo non riusciamo a soffermarci più di tanto su una sola opportunità, diventando così pure noi perennemente indecisi e in movimento.

La rivoluzione silenziosa che si è compiuta grazie al cellulare ha cambiato la qualità della nostra vita.

Ma la qualità delle nostre relazioni ne ha veramente guadagnato? Oppure abbiamo perso, senza nemmeno accorgercene, una buona parte di quello spazio privato dove, fino a qualche tempo fa, ci si poteva scambiare piacevolmente le proprie idee e soprattutto le proprie emozioni? Le comunicazioni veloci e il modo di vivere alla "giornata" non sono sicuramente in armonia con un tradizionale modo di vivere al quale forse eravamo abituati fino a qualche tempo fa. Ora ci ritroviamo davanti ad un paradosso: telefoniamo di più, siamo più in contatto, ma allo stesso tempo è aumentato il senso di solitudine e di insoddisfazione, soprattutto tra i più giovani. Ci siamo lasciati sopraffare da questa splendida e luccicante tecnologia, sicuramente molto affascinante, che ci permette ogni cosa, ma che ci fa dimenticare l'essenziale. Dove essenziali siamo solamente noi. Con le nostre famiglie e i nostri cari. Riusciremo prima o poi ad accorgercene e a fermarci anche solo per un attimo? Per ascoltarci veramente, magari guardandoci negli occhi e non nascosti dietro ad un telefonino?

Più o meno consapevoli viviamo nella società della "in-comunicazione", dove tutti comunicano con tutti, ma in realtà non si ascoltano per niente.


 

Sede Legale: Via Enrico Toti, 14, 34131 TRIESTE - Codice Fiscale: - PEC: presidente@ pec.retedpitrieste.it

Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information