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numero 7 - dicembre 2011

 

 

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 7 - dicembre 2011

In questo numero:

- Introduzione

- Una nuova e impegnativa impresa: Il Progetto ReINcluse

- Un’esperienza politica: alcune riflessioni al femminile

- Incontri con le filosofe/3 - La fragilità dell’essere umano: Michela Marzano

- Sangue donato, sangue versato

- Le prigioni delle donne


Introduzione

Comitato Direttivo

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Chi desidera rivedere i numeri precedenti di La Rete siamo noi, può trovarli sul nostro sito http://www.retedpitrieste.it/" href="http://www.retedpitrieste.it/">www.retedpitrieste.it.

Per quanto riguarda l’invio di materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 marzo 2012.

Buona lettura.


Una nuova e impegnativa impresa: Il Progetto ReINcluse

Elisabetta Tigani Sava

L’Associazione di promozione sociale “Rete D.P.I. – Nodo di Trieste”, come risaputo per noi consociate/i, si è formalmente costituita nel 2007. In questi anni ha dato vita a svariate iniziative: pubblicazioni, laboratori tematici, tavole rotonde, presentazioni librarie, collaborazioni e partecipazioni a convegni e seminari, mostre fotografico-letterarie, … Ma, più di recente, il nostro sodalizio si è impegnato nell’ideazione e attuazione di un intervento molto particolare nel quale un numeroso gruppo di Socie e Soci si sta prodigando con molta passione.

Si tratta del Progetto ReINcluse che è volto a prevenire, contrastare e ridurre i pregiudizi sociali nei confronti di soggetti ad alto rischio di discriminazione, tramite la diffusione di pratiche e valori orientati alla creazione e allo sviluppo della promozione della coesione sociale. L’Associazione, così,   si propone di apportare un concreto ed efficace contributo alla valorizzazione delle tematiche inerenti il dialogo interculturale, nella specifica ottica di genere, e diretto a diffondere la cultura del rispetto tra i generi, a garantire la piena realizzazione delle pari opportunità tra donna e uomo, a promuovere e attuare gli strumenti di prevenzione e di rimozione delle discriminazioni nei luoghi della detenzione carceraria femminile.

Nel perseguire le finalità statutarie, l’Associazione “Rete D.P.I. – Nodo di Trieste” ha inteso, infatti, rivolgersi, nell’Anno Europeo delle attività di volontariato che promuovono la cittadinanza attiva (2011) e in prosecuzione dell’Anno Europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale (2010), alle donne detenute nella Casa Circondariale di Trieste, unica realtà detentiva femminile presente nella Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Per la realizzazione delle attività previste, l’Associazione ha ottenuto il sostegno finanziario da parte della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – Direzione centrale lavoro, formazione, commercio e pari opportunità – Servizio lavoro e pari opportunità.

Il Progetto, attivato nello scorso mese di ottobre, viene attuato presso la Casa Circondariale (Ministero della Giustizia), in via del Coroneo 26 a Trieste, e il suo svolgimento proseguirà per buona parte del prossimo anno.

La Direzione della Casa Circondariale ha dato adesione al Progetto e ha consentito il coinvolgimento delle detenute, che sono circa una quarantina, nell’attuazione del Progetto ReINcluse che si articola nelle seguenti fasi:

  1. realizzazione da parte delle detenute di semplici borse di tela utilizzando materiali di riciclo (shopper) con le quale promuovere la partnership tra la Casa Circondariale e l’Associazione e darne, così, concreta visibilità; sulle borse verrà apposto, infatti, il logo dell’Associazione unitamente all’indicazione della denominazione del Progetto. Le borse verranno utilizzate per la distribuzione di libri e materiale divulgativo, messi a disposizione dall’Associazione, alle/ai partecipanti alle successive iniziative progettuali;
  2. allestimento della Mostra letterario-fotografica itinerante “Le donne viste da noi” presso la Casa Circondariale con visita guidata e incontro-dibattito con le detenute; la Mostra, ideata nel 2009 con l’intento di sensibilizzare e diffondere la cultura delle Pari Opportunità tra donna e uomo e le tematiche di genere, e realizzata interamente con le opere letterarie, fotografiche e per illustrazioni delle Socie e dei Soci aderenti all’Associazione, sarà predisposta esclusivamente per le recluse e fornirà gli spunti per la discussione che metterà in relazione la loro condizione di carcerazione temporanea con quanto rappresentato nella rassegna;
  3. presentazione di libri e proiezione di video sui temi del multiculturalismo e dell’integrazione sociale; verranno anche proiettati alcuni video sulla condizione femminile. A queste iniziative seguiranno dibattiti di approfondimento con le detenute;
  1. 4.raccolta delle testimonianze di vita delle recluse e realizzazione di una pubblicazione: verranno recepite le speranze, le aspettative, i ricordi, i timori di quante tra le ospiti vorranno partecipare alla realizzazione di una pubblicazione scritta con loro e per loro, dando voce a uno spaccato di società sconosciuta ai più.

ReINcluse è il primo e attualmente l’unico Progetto che sia stato intrapreso a favore della popolazione femminile della Casa Circondariale di Trieste.

L’obiettivo perseguito, innovativo nel suo genere, è quello di diffondere pratiche e valori volti a prevenire, contrastare e ridurre i pregiudizi sociali nei confronti di soggetti ad alto rischio di discriminazione attraverso la promozione della coesione sociale: la discriminazione assume duplice aspetto poiché i soggetti fruitori del Progetto vivono una doppia situazione di svantaggio in quanto donne e carcerate.

Ci si propone, inoltre, di apportare un concreto ed efficace contributo alla promozione e alla valorizzazione delle tematiche inerenti il dialogo interculturale, nella specifica ottica di genere, in considerazione che molte delle detenute, attualmente ospiti della Casa Circondariale, sono straniere.

Infine, ci auguriamo che con la realizzazione di questo Progetto si possano intravedere possibili, futuri sviluppi per il reinserimento lavorativo delle detenute che avranno avuto modo di sperimentare un’attività artigianale, prendendo consapevolezza delle proprie possibilità e capacità, anche imprenditoriali, o a seguito di contatti, così stimolati, con cooperative sociali del territorio, dando quindi concretizzazione agli obiettivi che l’Unione Europea si è prefissata dedicando il 2011, come detto, alle attività di volontariato che promuovono la cittadinanza attiva.


Un’esperienza politica: alcune riflessioni al femminile

Anna Del Piccolo

Anch’io quest’anno ho voluto provare a impegnarmi nella politica. Dopo aver seguito il corso “Donne, Politica e Istituzioni” mi sentivo carica per affrontare questa nuova esperienza anche perché ero molto convinta delle mie idee e di ciò che proponevo. Ho partecipato a diversi incontri con altri candidati, anche di partiti diversi, per sentire come si presentavano e ho avuto modo di osservare i comportamenti di tutti. Ho cercato di prestare attenzione al loro modo di comunicare, non sempre corretto e a volte offensivo nei riguardi degli avversari, per capire su cosa dovevo puntare per riuscire a relazionarmi bene con gli elettori. Ciò che mi ha colpito moltissimo sono stati i confronti tra le donne di diversi partiti. Un altro mondo: ognuna esprimeva il proprio punto di vista, ma insieme, pur con idee politiche diverse, si poteva lottare per ottenere dei miglioramenti, e non solo per le donne, ma anche per le categorie svantaggiate. Forse è questo che mi ha dato forza durante la campagna elettorale, proporre qualcosa di nuovo ma che potesse portare benefici alla società in generale e, soprattutto, proporre un nuovo modello di donna. In politica finora siamo stati abituati a far riferimento a un certo tipo di figura femminile, o troppo mascolina oppure all’opposto, una donna bambolina. Ma la realtà che ci circonda è questa? Bisogna portare i pantaloni per far sentire la nostra voce? Dobbiamo usare scollature o camminare su scarpe altissime solo per farci notare? Non credo sia questo ciò che le donne che incontriamo al lavoro, al supermercato, a teatro o al giardino vogliono. Io, nella mia semplicità, desideravo ribadire che ci sono molte donne che lavorano tutto il giorno, si prendono cura dei figli, del marito e qualche volta dei genitori anziani e nonostante la stanchezza si fanno carico anche dei problemi di chi sta loro accanto, senza perdere la loro bellezza e la loro femminilità. Parlo di bellezza perché mi piace pensare che si può andar oltre l’aspetto fisico e si può trovare nel sorriso di una donna il desiderio di portare avanti un programma che possa coinvolgere la società in diversi ambiti.

Posso testimoniare che durante questa esperienza mi son ritrovata coinvolta in diverse discussioni con persone conosciute al momento e quello che mi ha dato la carica di andare avanti è stata la mia “umile” capacità di ascolto e di entrare in empatia con chi parlavo. Non sempre le nostre idee coincidevano, ma era proprio questo ad aiutarmi e a spingermi a capire cosa c’era che non andava nel mio programma rispetto a ciò che desiderano i cittadini.

Un altro punto davvero importante è stato il coinvolgimento nel mio gruppo e l’intesa che si è creata fra noi. Per quanto mi riguarda alla fine non guardavo nemmeno al risultato bensì ai rapporti consolidati perché complici in diversi momenti della campagna politica.

Ora si parla già di elezioni regionali. Io rimango a disposizione del mio partito, ma a questo punto desidero che si facciano largo i giovani, ancora entusiasti e pieni di idee e di desideri per rivoluzionare la politica odierna. Sono contenta per i risultati che ho ottenuto ma ora penso sia importante rinforzare quei punti un po’ carenti che forse i giovani non sanno ancora gestire, e che riguardano soprattutto un buon modo di comunicare.

Io punto sempre su una buona comunicazione, ma ritengo che sia assolutamente necessario che si tengano più corsi, anche se tutto sembra ovvio, perché è sempre più importante insistere su questo argomento. La capacità di comunicare bene dà tanta più sicurezza e soprattutto consente di mettere a proprio agio le persone con cui si viene in contatto.


Incontri con le filosofe/3

La fragilità dell’essere umano: Michela Marzano

Marzia Battistutti

Etica, politica, economia, corpo, sessualità: in questi settori si delinea la ricerca di Michela Marzano, filosofa, italiana emigrata in Francia, docente universitaria a Parigi. Ha la nazionalità italiana, possiede una carta d’identità che alla voce professione riporta professore universitario; se fosse di nazionalità francese, ha raccontato, potrebbe scrivere filosofo, ma in Italia no, non si può. Insegna e scrive: parla di uomini e di donne, del loro essere e delle loro fragilità, dell’amore, del lavoro. Il lavoro: contribuisce a strutturare l’identità delle persone, riflette passioni e capacità, ma non è soltanto attraverso il lavoro che la persona acquisisce dignità e valore; gli individui non sono imprenditori di una piccola azienda coincidente con la loro stessa vita, tesi al conseguimento dell’obbligatorio successo ma sempre fronteggiando il rischio di un possibile fallimento. La vita privata, i rapporti familiari, sentimentali, sessuali non possono essere gestiti secondo tecniche manageriali: si tende a una Estensione del dominio della manipolazione, dall’azienda alla vita privata, come intitola Marzano il suo studio. Quando ci si concentra solo e unicamente sul lavoro, quando non esiste altro, quando il valore umano è misurato in termini di competenze e risultati, quando conta l’adesione totale alla mission, allora si instaura una dipendenza: è questione di trovare misura ed equilibrio. Non ha senso parlare di risorse umane: le risorse rimandano alla utilizzabilità del mondo delle cose; l'essere umano non può essere utilizzato, merita rispetto. Non si tratta di amare o no il proprio lavoro, molte persone lo amano, il problema è di accettare tutta una serie di ostacoli e direttive esterne facendo finta che tutto ciò è stato scelto, mentre in realtà ci sono barriere e obiettivi che vengono dall'esterno: si è imprigionati in una gabbia dorata, con l’impressione di essere liberi, in realtà si è tesi a svolgere i ruoli imposti, come uomini e come donne. Ma gli uomini e le donne non sono esseri razionali disincarnati: il pensiero incarnato, un pensiero che passa attraverso il corpo, considera la fragilità e la finitezza della condizione umana. “Il corpo è uno dei dati costitutivi ed evidenti dell’esistenza umana: è nel corpo e tramite il corpo che ciascuno di noi è nato, vive, muore; ed è nel corpo e per suo tramite che ci s’inserisce nel mondo e si incontrano gli altri. […] Come costruire una filosofia del corpo in grado di mostrare il senso e il valore della corporeità?” (La filosofia del corpo). Il corpo come prigione dell’anima, il corpo come fardello, il corpo da ri-creare, come materiale malleabile, per esibire l’immagine ideale che si ha di se stessi/e: un corpo come specchio infedele, che nasconde ciò che siamo profondamente. “Il corpo è il nostro destino. […] Ciascuno è il proprio corpo essendolo. Ognuno ha il proprio corpo, possedendolo. […] La filosofia del corpo non è altro, in definitiva, che una filosofia che prende come punto di partenza questo stesso corpo, che riflette a partire dalla sua finitudine e si interroga sull’essere-al-mondo corporeo di ciascun individuo. Una filosofia che tenta di comprendere l’azione umana senza mai dimenticare la dimensione del corpo.” Nella società contemporanea si ha la sensazione che l’unico modo per arrivare sia il proprio corpo, perciò molte persone lo utilizzano, ritengono normale accettare di ridurre il proprio corpo a oggetto di scambio, per ottenere vantaggi ma anche per forma di abitudine, mancando altri modelli, soprattutto per le donne che sono combattute fra la coscienza del proprio corpo e la negazione dei suoi limiti, fino a non accettare i segni imposti dall’età, dalla malattia, in nome d’una sorta di onnipotenza che spesso trasforma in oggetti e merce di scambio. Il corpo della donna continua a essere mercificato, le donne abbandonano le aspirazioni professionali per non essere considerate madri indegne, vengono viste come fallite o incomplete se non hanno figli, molte giovani pensano che l’unico modo per avere successo nella vita sia essere belle e tacere, le conquiste femminili vengono rimesse in discussione, soprattutto in Italia. “La filosofia è un’arma efficace e potente, l’unico strumento capace di aiutare le donne a riappropriarsi della propria vita e non permettere più a nessuno di umiliarle o azzittirle.”: così Marzano in Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne, un libro che “è un atto di resistenza” di fronte alle offese che subiscono le donne italiane.

Ma una filosofa può anche decidere di aprire il suo cuore, l’anima, la mente raccontando un’esperienza personale, a partire dalla quale, Marzano ha spiegato, la sua filosofia si è strutturata: la sua storia di anoressia. “Ci vuole una forza di volontà sovrumana per non mangiare, nonostante la fame. Ci vuole una forza di volontà sovrumana per non “cedere”, anche quando si muore di freddo. Ci vuole una forza di volontà sovrumana per dire quel “no” definitivo, per scegliere il “niente”, per andare avanti, per non sentirsi in colpa, per rifiutare la vita, per rinunciare all’amore…” (Volevo essere una farfalla). Una storia di vita segnata dal dovere, dalla necessità di essere perfetta, di fare continuamente di più e meglio, di controllare tutto. “Oggi ho quarant’anni. E tutto va bene. Perché sto bene. Cioè… sto male, ma male come chiunque altro. Perché ognuno, a modo suo, sta male.” […] “forse, senza quella sofferenza, non sarei diventata la persona che sono oggi. Probabilmente non avrei capito che la filosofia è soprattutto un modo per raccontare la finitezza e la gioia. Gli ossimori e le contraddizioni. Il coraggio immenso che ci vuole per smetterla di soffrire e la fragilità dell’amore che dà senso alla vita.”


Sangue donato, sangue versato*

Edi Haipel

Domenica 13 novembre “48a Giornata del Donatore di Sangue”: sono stato invitato per il ritiro della benemerenza acquisita per le donazioni finora effettuate.

La Sala Saturnia della Stazione Marittima, dove si svolgeva la manifestazione, era stracolma di donne, uomini e anche diversi bambini.

Quello che mi ha colpito è stata la numerosa presenza femminile, donne che volontariamente hanno donato il loro sangue.

Venerdì 25 novembre “Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne”: in questa giornata un pensiero a quelle donne che il loro sangue hanno involontariamente versato.

Muggia, 15 novembre 2011

* Articolo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo

 

Le prigioni delle donne*

Edi Haipel

Il rapporto del 2010 di Asian Human Rights Commission rivela che: ”In Pakistan ogni anno almeno 700 donne di fede cristiana sono costrette a convertirsi all’Islam dopo essere state stuprate e rapite da uomini musulmani”.

Dalla fine del ‘500 agli inizi dell’800 esisteva a Roma la Casa dei Catecumeni dove venivano portate giovani donne ebree rapite alle loro famiglie per essere sottoposte a violenze psicologiche e materiali fino ad ottenere la loro conversione al Cattolicesimo e infine essere battezzate.

Donne prigioniere d’una famiglia, d’una tribù, di uno stato, di una cultura dove il femminile non si può esprimere se non mediante dei sistemi maschili di rappresentazione.

Muggia, 23 novembre 2011

* Articolo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo


 

 

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