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numero 6 - ottobre 2011

Gentile socia, gentile socio,
Siamo lieti di inviarti il numero 6 di La Rete siamo noi, ti auguriamo una buona lettura.
Un cordiale saluto.
Il Comitato Direttivo

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La Rete siamo noi


La comunità dell’Associazione Rete DPI


numero 6 - ottobre 2011
In questo numero:
- Introduzione
- Un’esperienza politica: valori e rischi della conciliazione
- Incontri con le filosofe/2 - Una donna indomabile: Simone Weil
- Basta violenza sulle donne
- Violenza nelle famiglie al tempo dei mondiali
Introduzione
Comitato Direttivo

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete
siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è
responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun
contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di
volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno
esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito
personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e
religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.
Chi desidera rivedere i numeri precedenti di La Rete siamo noi, può trovarli sul nostro sito
www.retedpitrieste.it, dove tra l’altro vengono inseriti costantemente tutti gli aggiornamenti relativi
alle attività svolte dall’Associazione.
Per quanto riguarda l’invio di materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 dicembre 2011.
Buona lettura.
Un’esperienza politica: valori e rischi della conciliazione
Daria Parma

Riflettendo sui significati della mia partecipazione alle passate elezioni amministrative, ho recuperato
la complessità dell’esperienza.
Acquisire visibilità come candidata ha significato, infatti, mettere in gioco un sé politico, che non è
solo la declinazione pubblica di una visione orientata dei rapporti sociali e del bene comune, ma è
anche, o soprattutto, la messa in campo di un sé relazionale, in cui la tensione tra le diverse
componenti – familiare, affettiva, professionale, sociale – esige una nuova presa in carico e un nuovo
sforzo di conciliazione. La scelta di ‘apparire’ in uno spazio pubblico implica, infatti, il governo
consapevole dei diversi ruoli in cui si estrinseca la propria esperienza di vita e anche la disponibilità
a rendere visibili questi ruoli, comunicativi del sé, indici non neutri, ma dotati di significato.
Allora l’esperienza familiare, quella lavorativa, quella dell’associazionismo non sono più gli elementi
confusi, casuali, aggrovigliati di cui si compone la propria vita, affannata tra mille impegni, ma
diventano marcatori di una specifica visione del mondo e della sua traduzione in azioni finalizzate.
La ricerca di congruità tra azioni e visioni del mondo, ma anche tra attività e ruoli, e infine tra ruoli e
relazioni, è, tuttavia, uno snodo complesso, non privo di incertezze. Si tratta, appunto, di una ricerca
di conciliazione che, nel mio caso come in quello di molte donne, segue logiche precise, così come
segnalato da Luisa Pogliana (Donne senza guscio, Guerini e Associati, Milano, 2009, cit., pp. 121-
128):
Stabilire buone relazioni, curarsi delle persone, è anche un modo di rispondere a un bisogno non
sempre esplicitato: mettersi al riparo dal conflitto. Con i “dipendenti”, con i colleghi. È uno dei
problemi che le donne vivono nelle relazioni di lavoro, o forse in tutte le relazioni: incapacità di
gestire situazioni conflittuali senza soffrirne troppo, senza sentirsi messe in discussione, private di
un riconoscimento.
Si tratta, allora, da una prospettiva femminile, di conciliare, emotivamente e cognitivamente, ruoli
pubblici e privati, attività e persone, così da presentare un sé visibile unitario, non conflittuale,
protetto dai rischi della messa in questione o del disconoscimento.
Mi tornano alla mente, a questo proposito, tutte le incertezze, precedenti all’adesione al gruppo
politico – Come avrebbero accolto questa scelta i miei figli? Sarebbe apparsa sensata ai miei
genitori? – o contemporanee alla campagna elettorale – Come avrei raccordato il mio ruolo
d’insegnante con l’immagine di una candidatura politica? Avrei potuto promuovere me stessa,
distribuendo volantini e fermando i passanti, ovvero sostenere una credibilità che passasse
attraverso le parole piuttosto che attraverso le azioni professionali? Come sarebbe apparso questo
essere di parte ai colleghi, agli amici, ai conoscenti, ai vicini di casa che mi vedevano infilare i
volantini nelle cassette?
Mi sforzavo di coniugare istanze diverse in un quadro omogeneo, senza sbavature, lontano da
critiche o zone d’ombra.
Il pericolo, in questa faticosa ricerca di congruità, è di non rendersi disponibili allo scontro, al
conflitto, che, invece, fanno parte dell’azione politica, ovvero di non attrezzarsi abbastanza per
affrontare posizioni polarizzate, per essere di parte, schierata e ideologica, nell’agire con
determinazione ed efficacia.
Sarebbe necessario, allora, piuttosto che ricercare un consenso aprioristico, fondato sul
riconoscimento della manifesta integrità della persona, concentrarsi, invece, sulla funzionalità delle
proprie azioni, sul significato degli interventi proposti. Il riconoscimento si sposterebbe sulla
capacità di intervenire sulla realtà, ovvero sul fare politico, e accetterebbe le alternanze e le
oscillazioni che l’esposizione pubblica inevitabilmente comporta.
Incontri con le filosofe/2
Una donna indomabile: Simone Weil
Marzia Battistutti

E’ durata solo trentaquattro anni la vita di Simone Weil: una vita breve, ma vissuta intensamente, con
intransigenza, quale “un imperativo categorico in gonnella”, come pare venne definita con benevola
ironia. Una vita segnata da una salute fragile, ma anche da una forte sensibilità sociale, da una
passione intensa per la filosofia e per la verità, a cui dedicò una ricerca inesauribile, nonostante la
presenza del dolore, provato in prima persona (l’emicrania, l’anoressia) ma anche contemplato nelle
altre persone, dolore da amare e condividere, come insegna il cristianesimo che pone al centro la
Croce, strumento di sofferenza ma pure di guarigione e salvezza.
Nascita a Parigi, nel 1909, da una famiglia ebrea benestante e laica; morte per tubercolosi in
Inghilterra, ad Ashford nel Kent, nel 1943. Studi liceali ed universitari con conseguimento della laurea
in filosofia: percorso di formazione durante il quale Simone scopre una sua vocazione alla verità che
mai più perderà. Insegnamento di filosofia nei licei, ma anche coinvolgimento nel sindacalismo di
sinistra accanto ai poveri e agli operai; l’esperienza più forte è, nel 1934, il lavoro in fabbrica quale
operaia per otto mesi. Questa esperienza traumatica (dura ma di entusiasmante inserimento nella
vita, che la porta a soffermarsi sul senso dell’esistenza) e la riflessione sul tema del lavoro la
convincono che non con mutamenti rivoluzionari ma con graduali trasformazioni si può migliorare
l’organizzazione lavorativa. In una critica radicale al capitalismo industriale, Simone ritrova alla base
dell’ingiustizia la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; con lo sviluppo dell’economia
e della divisione del lavoro, nella società moderna e industriale la separazione del lavoro dalla
conoscenza pone le condizioni per una crescente dipendenza dell’individuo, dipendenza che diviene
soggezione al potere. La società, ritiene Simone, va centrata sul riconoscimento del lavoro, un lavoro
in cui si compenetrano da un lato ideazione e progettualità, dall’altro esecuzione e realizzazione. Se
la libertà perfetta è irraggiungibile, la libertà è comunque ciò a cui l’umano aspira, come ideale che
orienta uomini e donne impegnati a cambiare lo stato delle cose. Nel mondo nulla è a misura d’uomo,
ma l’uomo non può essere oggetto: l’individuo è il valore supremo.
Dal 1937, dopo una breve partecipazione alla guerra civile spagnola nelle file anarchiche, la svolta
mistica, con una prima intensa esperienza religiosa ad Assisi e studi non più volti alla cultura
platonico-ellenica ma all’analisi di testi classici letterari, di testi religiosi e sacri (Bibbia, Corano,
Upanishad, Bhagavad Gita). Nel frattempo iniziano i tempi di guerra, tanto temuti e ora tragica realtà.
Simone affronta il tema della violenza: la forza è quel potere che trasforma gli uomini in cose. Nella
storia d’Europa due tratti si sono costantemente ripresentati: il principio della forza e del prestigio, il
principio del nazionalismo, entrambi ora ripresi dal nazismo. Il progetto politico che per il futuro
potrà evitare la dittatura comprende un potere “decentrato”, un ridimensionamento dell’autorità
statale a vantaggio degli individui. Ma permane, si accentua nella giovane filosofa l’esigenza di
approfondire la conoscenza e l’esperienza religiosa: gli esiti degli studi vengono trasfusi nei dodici
Quaderni pubblicati postumi negli anni Settanta. Simone, pur ebrea, si sente cristiana e cattolica
(non verrà però mai battezzata); è convinta (prima tesi fondamentale) che tutte le tradizioni religiose
autentiche sono, in realtà, diverse espressioni della medesima verità, non traducibile in termini
umani razionali. Ognuno deve vivere la sua fede come se fosse l’unica vera, senza pretendere
d’imporla ad altri. Il cristianesimo (seconda tesi) è stato bloccato nella realizzazione della sua
vocazione dalla pretesa della Chiesa di avere il monopolio della salvezza, così che la fede in Cristo è
indistinta dalla fede nella Chiesa. I misteri della fede, i dogmi (terza tesi) non sono oggetto
d’intelligenza ma di amore soprannaturale; le facoltà dell’anima si subordinano all’amore se vi
riconoscono un vantaggio, nel proprio godere di libertà totale. Non si deve provocare una adesione
volontaria dell’intelligenza ai misteri, per non cadere nella suggestione, né la Chiesa interferisca
nell’indagine delle verità proprie dell’intelligenza, in modo che questa riconosca la realtà di ciò con
cui l’amore viene a contatto. La fede non è separabile dalla carità: chiunque manifesti carità, anche
se ateo o infedele, possiede la conoscenza di Dio. Accettare e amare ogni cosa, liberarsi della
propria soggettività: queste le scelte fondamentali per vivere nello spirito cristiano di autenticità. La
riflessione sul senso dell’esistere perviene al concetto di “decreazione”, come atto di spoliazione
totale, di toglimento dell’io per portare alla realtà la scintilla divina nell’umano.
"Non tocca all'uomo cercare Dio e credere in lui: egli deve semplicemente rifiutarsi di amare quelle
cose che non sono Dio. Un tale rifiuto non presuppone alcuna fede. Si basa semplicemente sulla
constatazione di un fatto evidente: che tutti i beni della terra sono finiti e limitati, radicalmente
incapaci di soddisfare quel desiderio di un bene infinito e perfetto che brucia perpetuamente in noi".
(L'amore di Dio)
Un’avventura solitaria, personale e originale nel pensiero itinerante della filosofia, quella che ha
vissuto la “Vergine Rossa”, la “Pellegrina dell’assoluto”, la “Pasionaria” e indomabile Simone Weil.
Basta violenza sulle donne*
Edi Haipel

“Lui, accecato dalla gelosia, ammazza la moglie.”
“Lei, preda della gelosia, uccisa dal marito esasperato.”
Questi sono alcuni titoli di cronaca di questi giorni: cambiando l’ordine dei protagonisti il risultato
non cambia, è matematico, a perdere la vita è sempre comunque la donna. In Italia ogni settimana 3
donne muoiono per le violenze subite, oramai la probabilità di non morire di parto è compensata
dalla probabilità di morire ammazzata dal proprio partner. Diciamo basta!! C’è bisogno di un segnale
forte, non c’è privacy che tenga, dobbiamo scoperchiare le case e rendere pubblica ogni forma di
quotidiana soprafazione subita e soffocata, che sia d’aiuto alle donne a spezzare le catene
dell’ingiustizia e dell’omertà che le avvolgono. Propongo un minuto di silenzio dedicato alle donne
all’inizio di ogni partita di calcio per sensibilizzare più uomini possibile e parafrasando un luogo
comune quando torniamo a casa, chiediamo scusa alle mogli, loro non sanno il perché, ma noi sì.
* Articolo inserito nella mostra itinerante “Le donne viste da noi” realizzata dall’Associazione “Rete D.P.I. –
Nodo di Trieste”.
Violenza nelle famiglie al tempo dei mondiali*
Edi Haipel

“Fonte di relax e divertimento per gli uomini, i mondiali di calcio possono trasformarsi in
un’occasione di violenza domestica”. Lo rivela uno studio specializzato di una università inglese,
statistiche alla mano, durante i mondiali del 2006 si è registrato un aumento del 25% di episodi di
violenza contro le donne tra le pareti domestiche. Come rimedio suggeriscono un piano fantastico:
“andarsene da amici o trasferire i figli” mettendo in evidenza che “il pericolo per queste donne deriva
dall’assuefazione agli episodi di violenza, che sono accettati passivamente senza pensare a questo
possibile piano”. Io girerei l’invito a questi uomini, andate voi a casa di amici a vedere le partite, e
quando tornate a casa impegnatevi a vincere un’altra partita, quella del rispetto, della comprensione
e dell’amore verso le vostre compagne, donne con l’unica colpa di aver avuto il fiocco rosa sul
portone di casa il giorno della nascita e non il salvifico fiocco azzurro.
Mai così attuale il riecheggiare ai matrimoni ...”auguri e figli maschi”, ...sarà anche un buon augurio,
però che tristezza!
Muggia, 16 giugno 2010
* Articolo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo

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