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numero 5 - giugno 2011

Gentile socia, gentile socio,
Siamo liete/i di inviarti il numero 5 di “La Rete siamo noi”, ti auguriamo una buona lettura.
Un cordiale saluto.
Il Comitato Direttivo

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La Rete siamo noi


La comunità dell’Associazione Rete DPI

 

numero 5 - giugno 2011

In questo numero:
- Introduzione
- Viaggio in Libia
- Uomini che odiano le donne
- La strage
- Pari opportunità: utilità economica


Introduzione
Comitato Direttivo

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete
siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è
responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun
contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di
volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno
esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito
personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e
religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.
Chi desidera rivedere i numeri precedenti di La Rete siamo noi, può trovarli sul nostro sito
www.retedpitrieste.it, dove tra l’altro vengono inseriti costantemente tutti gli aggiornamenti relativi
alle attività svolte dall’Associazione.
Per quanto riguarda l’invio di materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 30 settembre 2011.
Buona lettura.


Viaggio in Libia
Angela Fortuna

Sono costretta a dare a questo racconto una premessa che non avrei voluto fare, negli ultimi mesi il
panorama politico della Libia è mutato. Non so più cosa sia successo alle persone che ho
conosciuto in questo viaggio, sono ancora vive, stanno lottando per la loro sopravvivenza? Chissà
da che parte stanno? Sono tutte domande a cui non avrò mai risposta.
IL VIAGGIO
Cos’è il viaggio per ognuna di noi? Una scoperta di cose, di pensieri, di emozioni, di cambiamenti. Il
viaggio tenta. Il viaggio intensifica la vita, poiché viviamo nella routine.
Anna decise di andare in vacanza, e prenotò un viaggio in Libia, non c’era un motivo particolare, la
scelta era stata spinta solo da un’offerta conveniente e lo specificava con insistenza. Di quel paese
non sapeva nulla solo pochi ricordi scolastici che riguardavano il periodo coloniale italiano e in un
passato abbastanza recente la cacciata di tutti gli italiani, ma per essere corretti di tutti gli stranieri,
da parte di Gheddafi, il “leone del deserto” come piaceva farsi chiamare. Era un paese islamico,
quindi ostile, retto da un dittatore e le donne represse nel loro burqa. Anna cercò di documentarsi
prima di partire, anche se il tempo era poco, il lavoro non la lasciava molto libera, impiegata in uno
studio commercialista e la cura della mamma ammalata. Ma anche se ne avesse avuto, di letteratura
sulla Libia non esisteva nulla. Quello che riuscì a trovare erano solo libri di storia che raccontavano
la spinta imperialistica italiana e i danni che recò. Morte, prigionia, deportazione. Era consapevole di
una cosa che gli italiani non erano ben visti e non erano molto amati dai libici. Comunque partì con il
proposito di documentarsi durante il tragitto.
Aereo: Roma – Bengasi. Due ore di volo. Tutto tranquillo. Atterraggio perfetto. L’aeroporto era
piccolissimo, nessun negozio, nessun bar, solo posti di blocco per il controllo del passaporto e del
bagaglio:
- Nome? Anna Morgan!
- Per quale motivo è in Libia? Per turismo!
Subito i viaggiatori furono invitati a recarsi in Banca per il cambio. Per fare questo c’era un uomo che
energicamente, come il pastore, spingeva le proprie pecore verso l’edificio bancario. Aveva tratti
nettamente libici: pelle scura, occhi bruni, capelli neri lucidi, vestiva all’occidentale, camicia bianca e
pantaloni chiari, non si capiva se era un addetto dell’aeroporto, una guida, una spia o cos’altro. Anna
si accorse di lui, i loro sguardi si incrociarono per un attimo solo, poi un brivido le attraversò la
schiena. Non sapeva se provava paura o piacere. Ma decise di pensarci dopo, era troppo stanca,
faceva caldo, salì sul pullman e si lasciò trasportare in albergo.
La giornata successiva era dedicata alla visita dei siti archeologici di Cirene e Apollonia fra i più belli
del mondo, dichiarati patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il tempo era ideale, 39 gradi, ventilato e
secco. Il pranzo si svolse nei pressi del sito in un ristorante tipico, sotto un robusto albero di
eucalipto che proteggeva dai raggi del sole e con la sua ampia chioma creava un’ombra discreta. E lì
Anna lo rivide e si trovò a chiacchierare con lui assieme agli altri turisti. Si chiamava Ibrahim, parlava
italiano era una specie di guida turistica o di controllore. Non era molto chiaro, anche perchè il
gruppo di turisti era accompagnato da due poliziotti, dicevano per proteggerli, ma in realtà tutti erano
convinti per controllare loro. Di nuovo quello sguardo profondo, scuro, affascinante, era come un
dialogo in codice tra loro due. Anna guardò altrove, si sentiva confusa. Il rientro in hotel fu faticoso e
lungo. Il traffico della cittadina era caotico, faceva già buio, si vedevano le luci delle insegne, i grandi
poster con l’immagine del loro capo di stato Muhammar Gheddafi troneggiava ovunque. I semafori
non funzionavano, la gente urlava, sì, perché gli arabi non parlano, ma urlano in un idioma
completamento sconosciuto a noi occidentali. Infatti, lì uno si sente veramente escluso, la lingua
incomprensibile e la scrittura indecifrabile. Anna osservò che le donne non c’erano, per le strade si
vedevano solo uomini, come solo uomini erano i camerieri, e gli addetti negli alberghi. Finalmente,
arrivarono. La cena era alle otto. Appena entrata in camera Anna si buffò letteralmente sotto la
doccia riparatrice di ogni stanchezza, si lavò i capelli, che si asciugarono in pochi minuti da soli, li
lasciò sciolti. I riccioli biondi le ricadevano sulle spalle. Si mise un po’ di crema, si era abbronzata
durante il giorno nel guardare le rovine greche e romane e si vestì. Si sentiva bene, felice. La cena a
self-service mostrò una moltitudine di cibi di tutti i colori, speziati, saporiti, dolci: riso, cous cous,
zuppe che già dal colore si intuiva dovevano essere piccantissime, carne di pollo, di manzo, perfino
di dromedario, uova, verdure cotte e crude, dolci cotti nel miele, deliziosi bocconcini di frutta secca,
datteri, insomma ogni tipo di leccornia. La tavolata allegra e tranquilla faceva onore alla cucina
libica, ma ad un certo punto venne interrotta dal rumore di numerosi clacson che suonavano in
modo prepotente, proprio sotto le finestre del ristorante. Anna si preoccupò immediatamente, in quel
paese non si sentiva al sicuro, pensò ad un attentato, a dei terroristi, a qualsiasi cosa pur di essere
diffidente nei loro confronti.
Tutti cominciarono a chiedere in giro di cosa si trattasse. Non ci crederete. Sapete cos’era? UN
MATRIMONIO! E come tutti i matrimoni era chiassoso e gioioso. Anche in Italia quando c’è un
matrimonio le auto strombazzano allegramente. Non siamo poi tanto diversi. Cominciavano a cadere
i primi preconcetti. La cena continuò accompagnata da una musica araba che proveniva dalla sala
sottostante dove c’erano i festeggiamenti. Il gruppo di turisti con Anna in testa, cominciò a
tempestare di domande Ibrahim: come si celebrava, quali erano le loro usanze, i costumi, la cultura.
Come sempre rispose evasivamente, non dava spiegazioni di nulla, però guardandola negli occhi le
fece una proposta: chi voleva poteva andare a vedere. Un numeroso gruppo aderì, a questo punto lui
decisamente fece osservare che solo le donne potevano entrare. Una grande emozione avvolse Anna
che fra le prime acconsentì e capì che era un grandissimo dono che Ibrahim le offriva. Furono
accompagnate nella sala sottostante che era chiusa da una porta che occultava diligentemente tutto
quello che si svolgeva all’interno. Alla porta si presentò una ragazzina di circa 12, 13 anni, molto
carina che in un inglese perfetto le fece entrare. Erano frastornate dalla forte musica che le impediva
di parlare. Si avvicinò loro una signora elegante, di mezza età, vestita all’occidentale che si presentò
come la madre della sposa e le invitò ad entrare in sala dove si svolgeva la cena. C’era un palco
illuminato dove alcune ragazze ballavano ed una, con una voce bellissima, cantava canzoni arabe.
Era come un sogno. Anna poté vedere tutto questo! Erano estasiate, a parte poche donne di età
avanzata avevano il capo coperto dal velo che le lasciava libero il volto, tutte le altre, la maggioranza,
avevano scarpe con tacchi alti, abiti scollati, pieni di paillettes e perline, molto eleganti. Erano tutte
belle, sorridenti, con i loro capelli nerissimi e lucidi, le unghie colorate di rosso. Le gonne erano
corte o lunghe a seconda della scelta. Alcune ragazze le accompagnarono in una cameretta dove la
sposa stava finendo di vestirsi e agghindarsi. Quando si aperse la porta fu un colpo al cuore…
apparve una ragazza bellissima, con un abito bianco pieno di balze di velo e pizzo, scollato che
lasciava nude le sue spalle, i capelli raccolti in tante ciocche abbellite da fiori. Tantissime giovani la
aiutavano a vestirsi, a calzare le scarpe con il tacco alto, un’altra le metteva una collana d’oro al
collo. Non avrebbe mai immaginato di poter vivere un’esperienza così preziosa e intensa. Partecipare
ad un matrimonio arabo. Furono invitate a rimanere. Erano grate e sconcertate da questa
accoglienza e confessarono che loro non avrebbero mai invitato al proprio matrimonio un gruppo di
donne arabe, perché piene di pregiudizi.
Erano tutte felici ed eccitate, il sentimento che predominava era quello della complicità. Tra loro non
c’era nessuna differenza, erano “donne”.
Ibrahim l’accompagnerà per tutto il viaggio in ogni posto lei andrà si ritroverà quello sguardo che
non le faceva più paura ma le dava sicurezza, Anna si sentiva tranquilla e protetta. All’ultimo giorno
della vacanza venne organizzata una cena di saluto in un noto ristorante di Tripoli. Lì Ibrahim salutò
Anna con particolare calore. Prese la sua mano fra le sue e la tenne stretta per un tempo indefinibile.
Le disse cose gentili, tutto quello che era permesso dire con le parole, ma il suo sguardo andava
oltre. Attraverso i suoi occhi seppe dirle cose dolci e amorevoli, delicate e rassicuranti. Anna si
ritrovò fra le mani un pezzo di carta bianco.
Con tanti pensieri positivi per un paese fino allora sconosciuto si accorse che aveva sbagliato tutto.
Partire prevenuti non era intelligente. Ritornò, inaspettatamente, ricca di sentimenti, di emozioni e
tanto calore regalati da questo popolo finora estraneo a lei.
Anna posò la testa sul sedile e si addormentò. L’aereo la riportava a casa, dalle dita le scivolò un
piccolo foglietto di carta con un indirizzo e un numero di telefono...
Novembre 2010


Uomini che odiano le donne*
Edi Haipel

Dal quotidiano “Il Piccolo” del giorno 17 settembre: “Lavoro, un milione e 224 mila donne oggetto di
violenza e molestie sessuali”. Dopo le cosiddette “violenze in famiglia” che hanno insanguinato la
cronaca nel periodo estivo, l’Istat ci svela la realtà di un mondo produttivo dove la gioia di un
traguardo lavorativo raggiunto dalla persona di genere femminile svanisce nelle umiliazioni, nella
violenza, nello stupro.
Come se tutto ciò non fosse sufficiente, dal punto di vista psicologico, la donna vive con senso di
colpa ogni suo tentativo di inserirsi nel mondo del lavoro, si sente fallita come donna se vi aderisce e
si sente fallita come individuo se invece sceglie di realizzarsi come donna.
Sensi di colpa, scarsa autostima, accettazione inconscia di inferiorità, una costruzione mentale che
appaga la sete di dominio della persona di genere maschile in una società sempre più alla deriva,
sempre più maschilista.
Muggia, 17 settembre 2010
* Articolo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo
La strage*
Edi Haipel

Sei milioni di bambine “sparite” nell’ ultimo decennio, 12 milioni negli ultimi tre….questo è il risultato
degli aborti “selettivi” praticati dalle famiglie che preferiscono avere un figlio maschio in India.
Questa sconvolgente notizia ha trovato spazio su “Il Piccolo” del 25 maggio a pag. 8. Poche righe
per un dramma che meriterebbe la prima pagina di tutti i quotidiani del mondo listati a lutto. Un
comunicato statistico dato come “strage silenziosa”da una prestigiosa rivista scientifica. Questo
crimine contro l’Umanità non può rimanere in silenzio, un silenzio mai stato così assordante. C’è chi
alla mattina quando si sveglia ringrazia Dio di averlo fatto nascere maschio, io avendo la gioia e la
fortuna di una figlia pregherò per queste bambine private di quel dono di cui loro stesse sono
portatrici, il dono della Vita.
Muggia, 28 maggio 2011
* Articolo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo

Pari opportunità: utilità economica
Irene Olenich

Prima di affrontare il tema visioniamo alcuni dati riguardanti l’Italia in rapporto agli altri paesi
europei.
1. Tasso di occupazione femminile:
In Italia il 47% delle femmine in età da 15 a 64 anni risultano occupate; al primo posto troviamo la
Danimarca con un tasso di occupazione femminile di quasi il 75%, all’ultimo posto Malta con un
tasso di occupazione del 37% - l’Italia occupa i penultimo posto. Se il campo si allarga a tutti i paesi
dell’OCSE allora l’Italia si trova al terzultimo posto, dopo vengono la Turchia ed il Messico.
2. Quote di donne nei Consigli di Amministrazione delle maggiori 50 società:
In Italia le donne nei CdA rappresentano solo il 3% del totale, dopo appare il Lussemburgo con l’1%
mentre ai primi posti, oltre a paesi come la Norvegia (32%) e la Svezia (48%) troviamo la Bulgaria con
il 21% di presenza femminile; media europea pari all’11%;.
3. Motivi dell’inattività femminile:
In Italia i principali motivi che inducono le donne di età compresa tra i 15 e 65 anni a non entrare nel
mondo del lavoro sono motivi familiari – su un indagine svolta nel 2007 dall’Istat i dati su raccolti su
un campione di 9612 donne, si rileva che ben 2437 donne non sono entrate nel campo lavorativo per
motivi familiari. Lo stesso studio eseguito su un campione di 4984 maschi riporta che solo 73 di loro
non sono entrati nel mondo del lavoro per motivi familiari.
Troppe donne a casa; queste donne però sono occupate nei lavori di cura della famiglia e dei
familiari e quindi producono. Usano il tempo prevalentemente per la produzione di beni e servizi in
famiglia invece di produrre beni e servizi sul mercato. In entrambe le sfere si produce ma il lavoro sul
mercato è pagato mentre il lavoro domestico è utile. Ma questa differenza in economia non è
rilevante; il fine è l’utilità e non la retribuzione ed entrambi i lavori sono utili.
La differenza rilevante è piuttosto la dimensione dell’attività produttiva: le economie di scala
generano grandi imprese, ma la più grande delle famiglie non supera i 50 addetti. Nei mercati di
lavoro moderni, il principale strumento per la rivelazione del talento è l’abbinamento degli agenti alle
posizioni apicali: il potere, il prestigio e la retribuzione crescono al crescere della dimensione
aziendale e, all’interno dell’impresa, crescono al crescere del livello gerarchico. Se il talento delle
femmine si esprime sono nelle imprese di piccola dimensione, familiari o no, non potranno cogliere
per intero i frutti del loro talento, cioè del loro potenziale di intelligenza. E spesso nelle aziende le
donne non arrivano alle posizioni apicali in quanto trovano il soffitto di cristallo: la loro carriera ad
un certo punto si ferma (maternità, matrimonio...) e per riprendere il percorso devono fare degli sforzi
considerevolmente superiori a quelli degli uomini e pertanto molte rinunciano in partenza, altre non
ce la fanno e solo pochissime arrivano alle posizioni apicali. La selezione diventa durissima e, dal
punto di vista statistico, in media nella metà dei casi nelle posizioni apicali troviamo maschi con
minore talento di quanto ne poteva possedere una femmina che è stata eliminata “dal sistema”.
Le politiche di gender equality mirano ad assottigliare il più possibile le differenze di collocamento e
di trattamento dei diversi agenti operanti sul mercato; le politiche di conciliazione si concentrano
all’uso alternativo del tempo tra produzione familiare e produzione per il mercato, cioè tra lavoro
domestico e di cura e lavoro per le imprese pubbliche o private. Le politiche di conciliazione
perseguono la gestione efficiente della compresenza degli agenti nella vita familiare e professionale.
Poiché queste politiche discendono dal principio generale di gender equality, esse si accompagnano
a misure che promuovono la condivisione paritetica del lavoro di cura e del lavoro esterno tra
maschi e femmine al fine di incentivare una più ampia e maggiormente retributiva partecipazione
delle femmine al mercato del lavoro.
Con il termine gender equality si vuole significare che tutti devono essere liberi di perseguire le
proprie aspirazioni e sviluppare le proprie abilità senza subire limitazioni imposte da rigidi schemi e
ruoli di genere, e devono essere considerati, valutati e incentivati in egual misura. La teoria dei tornei
ci dice che tutti i concorrenti devono avere le stesse possibilità e partire dallo stesso punto con le
stesse armi: solo così vincerà realmente il migliore. Oggi le donne giocano con il doppio del peso
sulle spalle e quindi il torneo non viene vinto dal migliore, ma dal migliore tra tutti quelli che giocano
senza pesi, e la maggioranza sono uomini.
E’ assolutamente importante capire che le sole politiche di conciliazione non bastano in quanto esse,
da sole, favoriscono il permanere delle diversità di utilizzo del tempo, di carriera e delle retribuzioni;
permettere alle donne di lavorare di meno sul mercato del lavoro affinché possano continuare a
prendersi carico del lavoro di cura e domestico non fa che alimentare lo status quo. Per evitare
questo bisogna che al fianco delle politiche di conciliazione vi siano politiche di condivisione ed
empowerment.
Il tempo è una risorsa scarsa e la condizione di scarsità comporta la consapevolezza del fatto che
non si possono avere contemporaneamente due cose assieme; è ovvio che se si usa una risorsa –
tempo, energia, denaro, ...- per fare una cosa si dovrà rinunciare a fare altre cose con la stessa
risorsa. Se si affronta il problema del conflitto tra usi alternativi del tempo come ogni altro problema
di scelta razionale, la regola di decisione ottimale stabilisce che dopo aver ben valutato le
conseguenze maggiori e quelle minori delle possibili scelte alternative si scelga l’opzione che dà la
massima utilità. Poiché gli economisti assumono solitamente che maschi e femmine siano entrambi
decisori razionali, che sanno ben valutare da sé ciò che è meglio per la loro famiglia, non ci sarebbe
motivo di modificare la struttura degli incentivi con le politiche di Conciliazione, se questi interventi
non producessero un miglioramento del benessere sociale.
Il diverso uso del tempo tra produzione domestica e di mercato potrebbe dipendere sia dalle diverse
preferenze degli agenti sia dalla diversa struttura dei costi e benefici associati alle loro scelte, ma
osservando i dati non è possibile separare gli effetti delle diverse preferenze da quelli dovuti alla
diversa struttura degli incentivi. Dal punto di vista economico ciò che più interessa è il sistema degli
incentivi conseguenti ad interventi di politica economica. Infatti anche se le femmine avessero tutte
uguali preferenze, farebbero scelte uguali solo se ci fosse anche una uguale struttura degli incentivi
– cioè costi uguali ai benefici, ma poiché i costi ed i benefici abbinati ad ognuna delle alternative
sono generalmente diversi per i maschi e per le femmine, ne consegue che le femmine faranno scelte
diverse da quelle dei maschi; scelte libere e razionali, informate e motivate dal proprio tornaconto
come sono quelle dei maschi, ma diverse perché corrispondono a diversi costi e benefici.
Le femmine sono in equilibrio rinunciando alla carriera?
L’ineguale ripartizione del lavoro tra i sessi è sicuramente l’esito di una scelta razionale, data
l’attuale struttura degli incentivi; le decisioni osservate sarebbero però diverse in circostanze
diverse, cioè modificando la struttura degli incentivi mediante opportuni provvedimenti di politica
economica.
L’obiettivo delle politiche economiche è quello di modificare la struttura degli incentivi. Modificare la
struttura degli incentivi, cioè la retribuzione e la carriera, per aumentare la partecipazione femminile
al mercato del lavoro è un obiettivo per le politiche economiche perché l’ineguale divisione del
lavoro per sesso ostacola l’allocazione ottimale di una risorsa scarsa e preziosa in ogni contesto
sociale: il talento di cui ciascun agente è naturalmente e specificatamente dotato. Infatti se
l’allocazione ottimale del tempo entra in conflitto con quella dell’intelligenza, l’allocazione
complessiva delle risorse umane può risultare socialmente inefficiente, cioè può generare un
prodotto effettivo inferiore di quello potenziale (Murphy, Sheleifer e Vishny 1991)
Ritorniamo ora a valutare la struttura demografica in Italia per verificare le reali necessità: In Italia lo
storico sorpasso tra anziani e giovani è già avvenuto da circa 20 anni – la popolazione giovanile di
età compresa tra zero e 15 anni nel 1985 era la stessa della popolazione vivente con età superiore ai
60 anni; oggi gli ultrasessantenni superano il 25% della popolazione mentre i giovani rappresentano
meno del 15%. Gli effetti dell’evoluzione demografica sul bilancio pubblico saranno devastanti. La
pressione fiscale aumenterà perché le entrate si abbasseranno per il passaggio della generazione del
baby-boom dalla fase di massima contribuzione a quella di pensione e le uscite per la previdenza e
l’assistenza saliranno perché aumenteranno i beneficiari del sistema pensionistico e sanitario.
Le potenzialità di sviluppo sono dunque condizionate all’aumento del tasso di occupazione per tutti i
gruppi in età lavorativa e la mobilità delle risorse umane ancora inattive è cruciale per la crescita. Le
donne rappresentano una forza cospicua.
E’ quindi indispensabile per lo sviluppo del sistema Italia far partecipare un sempre maggior numero
di donne al sistema produttivo. Il lavoro delle donne è una necessità per l’economia ma per far
entrare nel mondo del lavoro le donne, devono cambiare la struttura incentivante da una parte e la
cultura dall’altra; le politiche di conciliazione e di condivisione sono necessarie, anzi, indispensabili.

Sede Legale: Via Enrico Toti, 14, 34131 TRIESTE - Codice Fiscale: - PEC: presidente@ pec.retedpitrieste.it

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