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numero 4 - marzo 2011

Gentile socia, gentile socio,
Siamo liete/i di inviarti il numero 4 di La Rete siamo noi, ti auguriamo una buona lettura.
Un cordiale saluto.
Il Comitato Direttivo

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La Rete siamo noi


La comunità dell’Associazione Rete DPI


numero 4 - marzo 2011
In questo numero:
- Introduzione
- Donne al vertice: un guadagno
- Incontri con le filosofe/1 Pensare senza parapetto: Hannah Arendt
- Pandemia maschilista
Introduzione
Comitato Direttivo

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete
siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è
responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun
contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di
volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno
esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito
personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e
religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.
Chi desidera rivedere i numeri precedenti di La Rete siamo noi, può trovarli sul nostro sito
www.retedpitrieste.it, dove tra l’altro vengono inseriti costantemente tutti gli aggiornamenti relativi
alle attività svolte dall’Associazione.
Buona lettura.
Donne al vertice: un guadagno
Irene Olenich

In Italia il tasso di occupazione femminile risulta uno tra i più bassi in Europa; solo il 47% delle
donne italiane di età compresa tra i 15 e 75 anni lavorano nel mercato esterno. Tra queste una
bassissima percentuale ricopre posizioni di prestigio e di responsabilità tant’è che le donne al
vertice di imprese sono poche, pochissime: contro una media europea dell’11%, in Italia solo il 4%
delle società quotate in borsa ha nel proprio Consiglio di amministrazione delle donne.
Cerved ha effettuato uno studio su queste aziende e dalla ricerca è emerso che le imprese guidate
dalle donne vanno meglio: accrescono più velocemente i ricavi, generano più profitti, sono meno
rischiose. Lo studio è stato allargato a tutte le aziende con presenza femminile ai vertici, quotate e
non, con un fatturato superiore ai 10 milioni di euro (per consentire di raccogliere dati sulla base di
un campione maggiormente significativo…) e si è rilevato che in Italia le imprese con presenza
femminile sale ad una percentuale del 6,4% sul totale. Si tratta di 1.850 aziende italiane con presenza
femminile relativa nei Cda o con maggioranza assoluta. Un numero comunque esiguo se si pensa
che su un totale di oltre 18.000 imprese con un fatturato maggiore di 10 milioni, solo 1.850 risponde
al requisito di “femminilizzazione” dei vertici. Inoltre di queste 1850 ben il 21,4% ha un solo
componente donna del Cda per cui non esiste una vera e propria corrente di “pensiero femminile”.
Escludendo quindi queste aziende dal conteggio ci sono solo 86 aziende con un Cda completamente
femminile mentre 1.169 hanno maggioranza femminile.
I settori in cui troviamo aziende con prevalenza femminile sono quelli dell’istruzione, della sanità o
dell’assistenza personale, tessile-abbigliamento. E sono, per la maggior parte, aziende con fatturati
inferiori ai 50 milioni di euro. La bassa presenza di donne si rivela pienamente quando si valutano i
primi dieci gruppi o aziende italiani per fatturato dove non c’è nessuna donna, qualche donna nelle
successive cinque aziende (1 donna in Benetton e 2 donne in Vodafon); tra le prime cinquanta
aziende per fatturato si rilevano presenze femminili solo in 9 di esse. Per trovare un Cda tutto al
femminile bisogna scendere al n.442 della graduatoria.
Il Sole 24 Ore ha pubblicato recentemente un articolo che dimostrava che le banche applicano un
tasso superiore ai prestiti concessi alle imprenditrici donne rispetto a quelli concessi agli
imprenditori uomini, senza che questo sia giustificato da un diverso profilo di rischio. Infatti i dati
Cerved dimostrano che le imprese a conduzione femminile sono meno rischiose; seppur di
dimensioni inferiori, sono quelle che hanno accresciuto più velocemente i ricavi, generato maggiori
margini lordi e con maggiore utile. Tra il 2001 ed il 2007 le imprese guidate da donne hanno
accresciuto i ricavi ad un ritmo superiore rispetto alle imprese “maschili” e nel 2007 hanno
dimostrato in media un utile superiore: +3,5% di utile nelle aziende con ricavi oltre i 200 milioni e
+3,3% nelle aziende con ricavi tra 50 e 200 milioni.
Carenza di donne al comando, concentrate soprattutto in aziende di medie/piccole dimensioni,
relegate solo in certi settori; eppure i fatti dimostrano che le donne manager ottengono ottimi
risultati. Perché?
Il sistema di costi/benefici attualmente vigente e l’effetto culturale fanno sì che la situazione sia
questa: le università italiane sono frequentate da una maggioranza femminile che si laurea e
conclude gli studi sempre in proporzione maggiore a quella dei maschi e, in media, con voti migliori;
sta dimostrando di saper rivestire con ottimi risultati il ruolo da manager, ma le donne continuano ad
essere sottorappresentate e sottopagate rispetto agli uomini. Forse l’impresa Italia dovrebbe iniziare
a tener conto di questa grande risorsa sottoutilizzata e a pensare ad un sistema incentivante anziché
proporre provvedimenti discutibili come l’allungamento dell’età pensionabile delle donne. Utilizziamo
meglio le risorse ed utilizziamo tutte le risorse disponibili, senza cercare di spremere sempre le
stesse.
Incontri con le filosofe/1
Pensare senza parapetto: Hannah Arendt
Marzia Battistutti

Vivere in tempi bui, quelli del Ventesimo secolo: è quanto è occorso ad Hannah Arendt, pensatrice
politica: nativa di Hanover (1906), figlia di una famiglia ebrea tedesca laica, studentessa nel 1924
all’università di Marburgo ove fu allieva di Martin Heidegger, con cui intrecciò una breve ma intensa
relazione sentimentale, poi all’università di Friburgo alle lezioni di Edmund Husserl, di seguito
all’università di Heidelberg con Karl Jaspers. Coinvolta nella politica ebraica e sionista, fuggitiva a
Parigi nel 1933 per sottrarsi al nazismo e poi, con la guerra, a New York; in America negli anni postbellici
insegnò filosofia politica in varie sedi universitarie tra le più prestigiose, fino alla morte
avvenuta nel 1975.
Gli anni della formazione la misero in contatto con gran parte dei filosofi tra i più notevoli dell’epoca
e del pensiero contemporaneo, ma nel confronto non è di minore profondità e perspicacia il pensiero
di Arendt. Totalitarismo, autorità, rivoluzione, la tradizione e l’età moderna, la natura della libertà, il
pensare e il giudicare, la storia del pensiero politico: sono i temi che Arendt affronta nel suo riflettere
filosofico, condotto in modo non sistematico, spesso con argomentazioni complesse ed eterodosse,
generatrici di un dibattito culturale intenso. Un “pensare senza parapetto”, intollerante del
dogmatismo culturale, che si esprime in uno stile personale, rigoroso ma insieme discorsivo, che
non vuole la passività del lettore/lettrice, anzi a questo/a richiede coinvolgimento attivo e attento.
Arendt è molto nota per due lavori di grande impatto teoretico: la prima opera, pubblicata nel 1951,
Le origini del totalitarismo, è uno studio dei regimi nazista e stalinista; la seconda, risalente al 1958,
La condizione umana, indaga le categorie fondamentali della vita activa (lavoro, opera, azione).
Nell’anno della morte, Arendt aveva completato i primi due volumi di La vita della mente, opera che
invece esamina le tre facoltà fondamentali della vita contemplativa (pensare, volere, giudicare).
Forse si può riconoscere il tema principale della filosofia di Arendt nell’indagine sulla natura della
politica e della vita politica, distinta da altre attività umane. Si è confrontata con gli eventi politici
cruciali dei suoi tempi, per afferrarne il significato e il peso storico, per mostrarne l’influenza sulle
categorie di giudizio morale e politico. Riteneva necessaria una nuova struttura che permettesse di
venire a patti con i due sistemi totalitari generatori di orrori nel XX secolo: la fornì nel testo sul
totalitarismo, una del tutto nuova forma di governo basata sull’ideologia e sul terrore, non come
mezzo per ottenere o conservare il potere, ma come fine in se stesso. Le ideologie totalitarie,
fascinatrici di popoli che si mobilitano a cenni di comando, si innestano sulla devastazione di
precedenti contesti ordinati e stabili, devastazioni come quelle causate dalla I guerra mondiale, dalla
grande depressione o da fermenti rivoluzionari diffusi, che lasciano spazio al convincimento di poter
individuare precise responsabilità delle sventure e di poter indicare un percorso che tolga
insicurezza e pericolo al futuro.
Il discoprimento delle strutture dell’agire umano in quanto esistenza ed esperienza, non costruzione
concettuale astratta, si incontra in La condizione umana ove Arendt intraprende una ricerca
filosofica e storica che ritorna alle origini della democrazia e della filosofia politica nel mondo greco
antico. La vita activa, le attività umane si distinguono in lavorare (animal laborans), operare (homo
faber), agire (zoon politikòn): il lavoro, l’attività svolta per provvedere alle esigenze basilari della vita;
l’opera, che costruisce un mondo “artificiale” di cose; l’agire, corrispondente alla condizione degli
uomini che vivono sulla terra e abitano il mondo, ovvero la prassi politica con la sua ineliminabile
libertà, il suo essere un fine in sé, a niente altro subordinata se non a se stessa. La libertà non è un
fenomeno interiore, contemplativo, privato ma mondano, attivo, pubblico: è la capacità di
incominciare, di avviare qualcosa di nuovo, di realizzare l’inaspettato; ne sono capaci tutti gli esseri
umani per il fatto stesso di essere nati. Ma introdurre il nuovo nel mondo non si può fare
isolatamente dalle altre persone, indipendentemente dalla presenza di una pluralità di attori che,
ciascuno da una diversa prospettiva, riconoscano e giudichino ciò che viene agito.
In La condizione umana manca un resoconto delle attività mentali, obiettivo che invece Arendt
realizza in La vita della mente: ma l’impulso a occuparsi di ciò proviene dall’aver seguito il processo
ad Adolf Eichmann a Gerusalemme. Di Eichmann la colpiva l’assenza di pensiero, che rendeva
l’uomo incapace di giudicare in quelle circostanze ove è richiesto il giudizio, non l’applicare
ciecamente regole stabilite. Le azioni di Eichmann come membro del regime nazista, esecutore della
soluzione finale hitleriana per il problema ebraico, si caratterizzano come la banalità del male: egli,
individuo “normale”, innocuo e non malvagio, eseguì con zelo gli ordini, senza pensare agli effetti
che le conseguenze di quegli ordini avrebbero avuto: così lo sterminio degli ebrei diventa un
qualsiasi compito burocratico da assolvere. Allora “il problema del bene e del male, la nostra facoltà
di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato potrebbe essere connesso con la nostra facoltà
del pensiero?”

Pandemia maschilista*
Edi Haipel

Dalla prima pagina del quotidiano “IL PICCOLO” di qualche giorno fa: ”Muore una bambina di 11
anni, 12esima vittima da virus A.” A Napoli una bambina priva di patologie che faceva sport ed era
sana sotto tutti i punti di vista privata dalla vita dal virus A- H1n1. A fianco, a Pavia: ”Uccise a
coltellate due donne e una bambina”. Alla quarta pagina… Torino: ”Uccide la moglie e si butta dal
balcone”. Non c’è dato sapere se queste donne erano prive di patologie, se facevano sport o se
erano sane sotto tutti i punti di vista, e quello secondo me ancora più grave non si conosce il
numero. Certo che un titolo in prima pagina “Centocinquantesima donna gettata dal balcone” oppure
”trecentoduesima donna accoltellata” o “seicentoquattresima donna massacrata dal marito” avrebbe
un certo effetto sull’opinione pubblica, si scoprirebbe che il “virus MaScHIo” è pericoloso, che
colpisce le donne fin prima della nascita (aborti selettivi), passando dall’adolescenza all’età adulta
fino all’età anziana. Riconosciamo e denunciamo la violenza maschile contro le donne
abbandonando spiegazioni “eccezionaliste” del tipo uomo violento in quanto musulmano, rom
oppure alcolista, pedofilo piuttosto che in preda al dolore, alla gelosia o alla passione. Rendiamo
consapevoli le donne della discriminazione e della violenza subita. Smascheriamo questa strategia
sistematica per mantenere le donne subordinate in modo da sradicare in noi uomini la malapianta
maschilista per un futuro “duale” della società.
Muggia, 06 novembre 2009
* Articolo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo ed inserito nella mostra itinerante “Le
donne viste da noi” realizzata dall’Associazione “Rete D.P.I. – Nodo di Trieste”.

Sede Legale: Via Enrico Toti, 14, 34131 TRIESTE - Codice Fiscale: - PEC: presidente@ pec.retedpitrieste.it

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