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numero 2 - ottobre 2010

 

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La Rete siamo noi


La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 2 - ottobre 2010

In questo numero:
- Introduzione
- Perché ho deciso di partecipare al Corso Donne, Politica e Istituzioni?
- Ma le donne no. Invito alla lettura.
- Ricordo di una ragazza d’altri tempi
- Lo spazio simbolico
Introduzione
Comitato Direttivo

L’Associazione Rete DPI - Nodo di Trieste ha un patrimonio di grande valore: le proprie socie ed i
propri soci. Nel corso dei due anni di vita della nostra Associazione sono più di un centinaio le
allieve e gli allievi dei corsi “Donne, Politica e Istituzioni” che, avendo concluso positivamente
l’esperienza formativa presso l’Università di Trieste, si sono potuti iscrivere alla nostra Associazione.
Siamo partite da questa considerazione per creare un luogo virtuale dove sia possibile condividere
storie professionali e personali legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità. E’ nata
così La Rete siamo noi, uno spazio tutto nostro per testimoniare e condividere con le altre socie e gli
altri soci situazioni, casi, riflessioni.
Nella speranza che l’idea vi piaccia e vogliate partecipare numerose e numerosi, di seguito vi
esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete siamo noi
tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò
che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1
pagina (1 cartella) massimo. Vi chiediamo inoltre di rispettare le tempistiche che ci porremo di volta
in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze
legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale,
lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non
saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Perché ho deciso di partecipare al Corso Donne, Politica e Istituzioni?
Maurizio Cavazzoni

Ebbene sì, Loriana ce l’ha fatta! E’ riuscita a convincermi a scrivere….e ci è riuscita proponendomi
una semplicissima domanda: come mai hai deciso di partecipare al Corso Donne, Politica e
Istituzioni? Quali saranno mai i motivi che ti hanno spinto a fare quella scelta e a confermarla nel
tempo? Nonostante il buon grado di convinzione con cui ho accettato la sfida sono terribilmente
preoccupato: saprò usare il linguaggio corretto? Sarò in grado di farmi capire e trasmettere delle
cose interessanti? Riuscirò ad evitare di essere noioso, stereotipato, insomma, il classico uomo
sempre focalizzato solo su di sé? È un compito molto difficile perché sono ancora alle prime armi,
sto imparando: farò un altro sforzo per superare l’esame di una vasta platea di donne! Ecco, ancora
una volta, mi trovo a dover sostenere un confronto in un ambiente frequentato per la quasi totalità da
donne…
Oh, cielo, un uomo…..
Uso, per rompere il ghiaccio, una simpatica espressione che un’amica ha utilizzato quando sono
entrato nella splendida aula della Provincia di Trieste, il giorno dell’Assemblea in cui poi sono stato
anche eletto nel Consiglio Direttivo dell’Associazione; probabilmente è stata la stessa riflessione che
hanno fatto le decine di donne che mi hanno visto entrare, assieme a pochi altri pionieri, nell’Aula
Universitaria dove si teneva la prolusione al Corso Base Donne, Politica e Istituzioni; probabilmente
è la stessa sensazione che ha oggi qualcuna di voi nello scoprire il mio primo intervento in questo
spazio; probabilmente è anche la domanda che si sono fatte tutte coloro che hanno partecipato
anche al Corso Avanzato: ancora qua?????
Cosa ci azzecca (per dirla con una espressione cara ad un noto politico nazionale) un uomo in
questo percorso? Rispondo con delle domande (sarei veramente felice se riusciste a farle leggere
anche a papà, fratelli, mariti, compagni, fidanzati, figli, nipoti, amici, colleghi).
Si può parlare di parità fra generi in un contesto “monogenere”? Si può ottenere parità senza
confronto con la controparte? Quale potrà essere la fatica ed il prezzo da pagare se il processo di
livellamento avvenisse attraverso uno scontro? La strada migliore per risolvere i conflitti non è forse
quella del dialogo? Non sarà più facile raggiungere il risultato se la parte che oggi detiene più potere
deciderà di aprirsi all’ascolto ed alla comprensione?
A distanza di 2 anni da quella prima lezione sono convinto che solo se gli uomini impareranno a
conoscere il valore della parità, allora le donne avranno rapidamente, a tutti i livelli ed in tutti i
contesti, l’opportunità di agire e partecipare da pari; e la Nostra battaglia, per essere vincente in
tempi ragionevoli, io credo, debba andare anche nella direzione dell’insegnamento agli uomini,
debba assolutamente evitare di rimanere una pura rivendicazione di un solo genere, quello
femminile; va bene organizzare attività che consentano alle donne di essere sempre più preparate
(ma ne hanno veramente bisogno?) ma penso che sia ancora più importante preparare gli uomini
(che hanno molta ma molta paura).
Ma è stato questo il motivo per cui mi sono iscritto al Corso del 2008?
Direi assolutamente di NO!
Per caso, un giorno, leggo sul quotidiano locale un articolo di presentazione del Corso; mi
incuriosisce il fatto che preveda le Quote Azzurre; così decido di andare ad approfondire sul sito e
scopro che il programma delle lezioni è veramente interessante; scopro anche che il costo è quasi
zero; perfetto, formazione di ottimo livello a bassissimo costo: decido di mandare la domanda! Se
avrò risposta negativa avrò dedicato solamente pochissimo tempo, se avrò risposta positiva
deciderò cosa fare!
La risposta che arriva è positiva! Ed ora cosa faccio? Partecipo o lascio perdere? Nel frattempo
arriva un’altra bella notizia: mi scrive la “cuginetta” Lalla (gli anni di differenza sono tanti),
segnalandomi il fatto che saremo compagni di scuola!
Decido di andare all’incontro di presentazione: dopo la solita kermesse dei saluti istituzionali
ciascuna è invitata a dare qualche cenno di sé alle altre: che bello, penso, questa è una attività che
dà ancora più valore al corso! Il “giro di tavolo” è una delle pratiche più utilizzate nei percorsi di
formazione “seri”: favorisce la creazione di confidence e predispone al dialogo; un ottimo modo per
iniziare!
Peccato che io non avessi valutato quale poteva essere la difficoltà per un uomo nel doversi
presentare ad una vasta platea di donne….
Arriva il mio turno: mai avevo provato un’emozione così forte in un contesto simile, mai mi ero
sentito così “osservato e valutato”, mai ero stato così a disagio ed in difficoltà, mai mi ero reso conto
di essere assolutamente impreparato ed inadeguato allo stesso livello di quel giorno!
Così ho iniziato e così ho deciso che dovevo continuare per forza!
Se avrete voglia, se sarò riuscito ad incuriosirvi, se me lo chiederete continuerò il racconto nei
prossimi numeri….
Sarei felice di ricevere centinaia di vostre osservazioni, critiche, domande, sollecitazioni spunti; mi
piacerebbe che i miei interventi servissero a favorire il dialogo, mi piacerebbe che come sono
riuscito ad iniziare a scrivere io faceste uno sforzo anche voi…
Grazie per la Pazienza!
Ma le donne no. Invito alla lettura.
Bettina Todisco

Come si vive nel Paese più maschilista d’Europa? La domanda fa da sottotitolo al bel libro «Ma le
donne no» di Caterina Soffici*. E il Paese è l’Italia, dove le donne si sentono libere e padrone del
proprio destino, anche se è un’illusione, suffragata dai cambiamenti verificatisi, in peggio, negli
ultimi vent’anni.
Un Paese raccontato attraverso storie, personaggi e fenomeni, come il velinismo politico e la
degenerazione dell’immagine della donna nella pubblicità e in televisione. E vite di donne reali che
ogni giorno fanno i conti con discriminazioni sul lavoro, part-time negati e impossibilità di conciliare
lavoro e vita privata.
«La condizione femminile è lo specchio di una società. Più le donne sono emancipate, più quel paese
è libero e democratico». E le donne italiane, dati alla mano, sono le meno pagate, le meno
riconosciute sul piano professionale, degradate da modelli mediatici e pubblicitari che ne esaltano
solo corpo e bellezza.
Ma ancor peggio, evidenzia Caterina Soffici, le donne italiane sembrano non avere piena
consapevolezza di possedere dei diritti, né leggi a loro favore alle quali ricorrere in caso di
discriminazione.
Ben diverso è il confronto con la situazione estera, dove belle storie di donne «vincenti», che ce la
fanno a realizzarsi, a lottare contro soprusi, mobbing e ingiustizie, dimostrano che un mondo meno
sessista è possibile. Un mondo migliore e più vivibile per uomini e donne insieme.
Se le leggi che tutelano esistono, perché le donne italiane non vi fanno ricorso? Hanno dunque
smesso di combattere per difendere i loro diritti?
Ciò che più colpisce, infatti, dell’analisi svolta, è la rassegnazione delle donne italiane, come se,
dopo gli anni ’70, si fosse verificato un progressivo intorpidimento.
Così il maschio italiano è quello che a livello europeo si occupa meno delle questioni domestiche,
mentre nella Spagna di Zapatero l’obbligo dei lavori domestici per gli uomini è stato inserito, per
legge, nella lista dei doveri coniugali.
La Norvegia ha introdotto da tempo la paternità obbligatoria: dieci settimane al 100%, o dodici
all’80%. Passando in Danimarca i mesi diventano sei al 100% e altri sei al 90%. E in Finlandia agli
uomini è consentito un congedo di ventisei settimane nel quale percepiscono un assegno di
paternità. Nel 2000 ne ha beneficiato anche l’allora primo ministro.
L’elenco potrebbe continuare e approdare dalla sfera familiare a quella pubblica. Per far notare
come, in Italia, le donne rappresentano il 10,4% del Parlamento, dove in Rwanda sono il 48% e in
Svezia il 45%.
E’ soltanto una questione di libertà: poter scegliere come vivere la propria vita.
«La libertà è quando puoi reagire al sopruso. Quando puoi farcela camminando sulle tue gambe,
senza dover chiedere favori o fare cose meschine. La libertà è quando puoi alzare la testa e farti
rispettare. La libertà è, più di tutto, poter scegliere come vivere, cosa fare del proprio corpo e della
propria esistenza».
E allora ecco cinque proposte che l’autrice definisce modeste:
una legge sulle quote, quote ovunque;
una legge sul part-time, come obbligo a concederlo a chiunque ne faccia richiesta;
l’obbligo di paternità, inteso come congedo obbligatorio per i padri per sei mesi, retribuiti all'80%
dello stipendio;
una norma che vieti le immagini sessiste in pubblicità, nella televisione, nei media;
l’ergastolo senza attenuanti per chi commette uno stupro.
Quasi un sogno, se pensate applicate in Italia da qui a dieci anni.
Grazie Caterina.
*Caterina Soffici, “Ma le donne no. Come si vive nel Paese più maschilista d’Europa”, Feltrinelli 2010,
pagg. 201, € 14.00

Ricordo di una ragazza d'altri tempi*
Maria Renna

3 dicembre 1986 - Nonna Giuseppina cessa di vivere, alle sei del mattino. Mattiniera, come sempre
lei!
Non dimenticherò mai quella mite e dolce figura della mia infanzia che mi ha trasmesso un grande
patrimonio di valori, con poche parole forse ma con l'esempio e tanto, tanto affetto.
Aveva vissuto la sua giovinezza negli anni tra le due guerre. Anni difficili da vivere.
Era stata una ragazza d'altri tempi, dove i ruoli erano chiari e ben definiti. Ciascuno al proprio posto.
Non c'erano rivendicazioni né crisi d'identità anche se i diritti delle donne erano davvero limitati.
In silenzio ha portato il fardello della sua vita, colmo di lutti, di addii, di umiliazioni e della sua stessa
invalidità fisica che alla fine, con suo grande disappunto, non le permetteva più di essere
completamente autonoma. Con me non parlava mai di quel passato ma io conoscevo la sua storia
dai racconti di mia madre. Così, quando ogni tanto due lacrime le rigavano il volto, intuivo il suo
dolore provocato dal lontano ricordo che di tanto in tanto riaffiorava. E lei restava così a lungo; lo
sguardo lontano e fiero, le lacrime silenziose, piene di dignità.
Ed io bambina rispettavo i suoi silenzi.
Mi raccontava, invece, di quando era ragazza; delle calde giornate estive trascorse nella campagna di
suo padre all'ombra dei tanti alberi da frutto. Della frutta matura che lei coglieva e di cui era ghiotta.
Delle grandi nespole, dorate, succose e dolci, che lei preferiva tra tutti.
E a me sembrava di sentire tutti quei profumi e di vedere i colori dei suoi racconti, semplici ma intrisi
della sua spensierata felicità. Ed io ero felice per questo.
Memore di quel passato, teneva sul nostro terrazzo vasi ricolmi di piante d' ogni genere che curava
con costanza e dedizione ma che mio fratello ed io, bambini, spesso sciupavamo giocando a palla.
Per questo ci sgridava. Erano queste le rare volte in cui alzava la voce.
All'età di cinque anni circa, in occasione della scomparsa di un' amica di famiglia, incitata dalla
nostra curiosità, ci parlò della morte, a me e a mio fratello. Fu così che prendemmo coscienza di
questo strano evento della vita. Lei rispondeva alle nostre domande e alle nostre paure con grande
serenità e naturalezza. Ricordo che rimanemmo a piangere seduti ai suoi piedi, coi volti in lacrime
poggiati sul suo grembo, angosciati da quella nuova paura.
Ben presto però, con linguaggio semplice, rivolto a bambini quali eravamo, lei seppe ridarci la
speranza di una nuova vita, della vita eterna dopo la morte. Di un'altra vita, più bella e gioiosa, ricca
di giardini profumati e fiori dai mille colori, priva di sofferenze e senza fine.
18 maggio 1990 - Nel giardino della casa al mare cresce un giovane albero. E' l'albero di nespole. E'
stata lei a dargli la vita da un piccolo seme piantato in un vaso di terracotta tanti anni prima.
Quest'anno, quell'albero darà i suoi primi frutti.
In quell'albero, in quei frutti c'è un po' della sua essenza eterna.
*Esposto alla mostra itinerante “Le donne viste da noi”, 2009-2010, organizzata dall’Associazione
“Rete DPI - Nodo di Trieste”
Lo spazio simbolico
Daria Parma

Vi è una relazione biunivoca tra l’assegnazione delle funzioni ad un luogo e la definizione del ruolo di
chi lo abita: lo spazio connota chi vi si muove, allo stesso modo in cui la condizione di chi lo usa
finisce per definire lo spazio stesso. Se questa reversibilità tra ambiti e funzioni ha l’indubbio
vantaggio di rendere immediatamente riconoscibili i luoghi in cui ci muoviamo e distinguibili le
persone che li popolano, e quindi facilita le nostre interazioni, tuttavia impone una fissità alla
percezione degli ambienti e alla caratterizzazione degli abitanti che facilmente e inconsapevolmente
sconfina nella visione stereotipica, raggelando le persone in ruoli e i luoghi in ambiti di
funzionamento.
Questa relazione emerge con chiarezza nel saggio di Helen Hills “Architecture of Difference. The
Secret of the Religious Architectural Body in Early Modern Italy” raccolto in “Gender, Religion,
Human Rights in Europe” (2006) curato da Kari Elisabeth Børresen e Sara Cabibbo per le ed. Herder.
Secondo Hills, che studia qui l’architettura dei conventi di clausura destinati a monache nobili nel
periodo successivo al Concilio di Trento (1563), l’architettura stessa è una possibilità del pensiero e
non un semplice sistema di rappresentazione di relazioni già esistenti. L’architettura definisce le
relazioni sociali in termini spaziali. Più specificatamente, l’architettura conventuale è un meccanismo
di organizzazione dei comportamenti di genere, produce differenze più che assicurarne la
conservazione.
La studiosa analizza la struttura di alcuni conventi femminili per ragazze nobili: alte mura fortificate,
griglie alle finestre, accessi con bugnato, scale ripide, sbarramento degli spazi “sensibili” quali
dormitori e celle, suddivisione dei parlatori in zone per visitatori e, distinte, in zone per visitatrici,
accessibilità delle monache alla chiesa conventuale dalla sola zona superiore, o “lanternino”,
protetta dagli sguardi indiscreti tramite griglie – “gelosie” – che consentono ai fedeli, in basso,
l’ascolto dei canti e la percezione di ‘ombre’ in movimento.
Il convento di clausura, inteso come costruzione di uno spazio protetto, è la realizzazione
architettonica della disciplina, che rappresenta lo spirito religioso post-conciliare: serve a preservare
la castità della suora, anzi, secondo Hills, è ostensione di disciplina e di purezza, produzione di un
corpo spirituale disciplinato.
Tale architettura, che pone a garanzia dell’ordine l’invisibilità, definisce il ruolo delle monache come
pure osservatrici sottratte alla vista altrui. In questo modo, la costruzione degli spazi diventa, per le
persone che li abitano, assegnazione definitoria di ruoli.
Il passaggio tra caratterizzazione dei luoghi a individuazione delle funzioni ascrivibili agli abitanti è
una procedura consueta nella percezione della realtà da parte di chi cerca dei riferimenti leggibili,
utili a orientare.
E tuttavia, la cristallizzazione del legame luoghi-persone in un vincolo prescrittivo trasforma i luoghi
in gabbie e limita le aspirazioni delle persone. E’ una condizione che le donne sperimentano quando
la casa è sublimata a luogo selettivamente femminile e la donna a custode del focolare, o quando
l’ufficio ai piani bassi è l’unico spazio accessibile alle donne, cui la dirigenza è preclusa, oppure
ancora quando la scuola è un prolungamento della protezione familiare e alla maestra sono
assegnati compiti di cura. Allo stesso modo in cui le mura del convento di clausura si sono intese
come rappresentazione della disciplina interiorizzata dalla donna.
Come modificare le schematizzazioni quando il loro rigore diventa imperativo? Il senso sta nel
lasciare aperto il legame luogo-persona, disponibile ad altre visioni, ripensabile in nuovi modelli,
attraverso una cultura che valorizzi l’individualità e la differenza. In questo modo si darà la possibilità
alle persone di servirsi dello spazio per creare il loro ambiente – come afferma Kazuyo Sejima,
curatrice della prossima Biennale Architettura.

Sede Legale: Via Enrico Toti, 14, 34131 TRIESTE - Codice Fiscale: - PEC: presidente@ pec.retedpitrieste.it

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