Stampa

numero 1 - aprile 2010

 

LOGO DPI nodoTS sito

La Rete siamo noi


La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 1 - aprile 2010
In questo numero:
- Introduzione
- Una Fiat 500, color verde pisello
- Genere e sanità. “La medicina di genere”
- I genitori insegnano le pari opportunità?


Introduzione
Comitato Direttivo

L’Associazione Rete DPI Nodo di Trieste ha un patrimonio di grande valore: le proprie socie ed i
propri soci. Nel corso dei due anni di vita della nostra Associazione sono più di un centinaio le
allieve e gli allievi dei corsi “Donne, Politica e Istituzioni” che, avendo concluso positivamente
l’esperienza formativa presso l’Università di Trieste, si sono potuti iscrivere alla nostra Associazione.
Siamo partite da questa considerazione per creare un luogo virtuale dove sia possibile condividere
storie professionali e personali legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità. E’ nata
così La rete siamo noi, uno spazio tutto nostro per testimoniare e condividere con le altre socie
situazioni, casi, riflessioni. Il numero 0 è uscito in occasione delle festività natalizie e, visto il buon
gradimento ottenuto, proseguiamo ora con il numero 1.
Nella speranza che l’idea vi piaccia e vogliate partecipare numerosi, di seguito vi esplicitiamo le
poche regole che ci siamo poste. Possono scrivere e ricevere La rete siamo noi tutti i soci in regola
con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni
contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vi
chiediamo inoltre di rispettare le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le
tematiche, queste, in linea con il nostro statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di
genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e
storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione
scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.
Una Fiat 500, color verde pisello*
Bettina Todisco

E anche mia mamma era stata messa sulle quattro ruote. Era l’estate del 1965. Il merito spettava al
nonno. Aveva allungato un assegno per l’indipendenza della minore delle due figlie.
Una Fiat 500, color verde pisello. Non avevo compreso la scelta di quel improponibile colore. Ma alla
mamma, si sa, piacciono i verdi da sempre.
Codice 263, verde chiaro, titola la scheda della fiammante autovettura. Ma per me è un verde e del
tutto pisello. Ho 6 anni e di colori me ne intendo. La vettura mi piace un sacco, lo stesso. I vetri sono
fissi. La capottina è nera. Puoi aprirla quando fa caldo, d’estate. Ci viaggerò, fino all’adolescenza.
Nella spola infrasettimanale per far visita ai nonni materni. 42 chilometri ad andare. 42 chilometri a
tornare. E ogni volta un’emozione diversa.
Perchè sì, la mamma guida bene. E’ un bel pezzo di donna, lo pensano tutti. Slanciata e elegante. Ma
non ce la fa proprio a ricordarsi che per macinare chilometri ci vuole la benzina. E lei - la benzina - si
dimentica puntualmente di farla. Allora, a secco, accosta sul ciglio della strada. La stessa identica
strada alberata. Pericolosa, ho sentito dire, per via dei platani. Esce e fa l’autostop. Io e la mia
sorellina sedute sul sedile posteriore a canticchiare. Per nulla preoccupate.
Si ferma sempre un’automobile. E un uomo, piacente a volte, insignificante altre, si offre di aiutarla.
Le regala una tanica di benzina. O la porta con sé al più vicino distributore. O ci va lui al distributore,
perchè la mamma decide di non lasciarci sole. E l’uomo si complimenta. La corteggia. Se è piacente,
lei sorride. Ringrazia. Noi cantiamo e l’uomo non le toglie gli occhi di dosso. Il copione, sempre lo
stesso. Mai una donna a fermarsi, penso ogni volta. Ma preferisco tacere.
Poi si riparte. E quando a casa il papà scopre la storia dell’autostop, va su tutte le furie. Io l’ho
capito. Non è per nulla contento di quella Fiat 500, color verde pisello.
Pubblicato in: AA.VV., La Cinquecento. Storia e storie della macchina degli italiani, 2005, Leconte
Editore ed esposto alla mostra “Le donne viste da noi”, 2009, Associazione “Rete DPI - Nodo di
Trieste”
Genere e Sanità. La “Medicina di Genere”
Laura Policastro

Uomini e donne non sono uguali nemmeno nella malattia. Serve un rinnovato approccio di genere a
prevenzione, diagnosi e terapia che poggi sull’evidenza scientifica. E’ un argomento innovativo che
deve essere sentito non solo da un punto di vista sanitario, ma anche da un punto di vista di politica
sociale. Molte sono le ragioni che devono spingere le istituzioni e la politica a declinare anche la
sanità in un’ottica di genere: le donne si ammalano più degli uomini, consumano più farmaci degli
uomini, inoltre la ricerca si basa su sperimentazioni che non tengono conto della differenza di genere
e delle differenti reazioni tra i due generi.
La salute della donna è cambiata perché è mutato il suo ruolo nella società: sempre più presente nel
mondo del lavoro, ma sempre meno aiutata nel suo ruolo in casa, la donna si trova oggi ad essere
attiva su più fronti contemporaneamente, con inevitabili situazioni di stress che hanno un riflesso
negativo sulla sua salute. Le donne italiane vivono più a lungo degli uomini, ma vivono peggio, si
ammalano di più poiché talune patologie sono legate proprio all’invecchiamento, e sono poi curate
paradossalmente con farmaci non testati specificatamente su di loro. Talune patologie un tempo
considerate appannaggio esclusivamente maschile (soprattutto le malattie cardiovascolari) vedono
le donne in prima fila, ma la percezione del rischio non è corretta e questo porta sovente a perdere
tempo prezioso nella diagnosi.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha costituito dal 2002 il Dipartimento per il genere e la
salute della donna -The Department of Gender and Women's Health (GWH). Con la costituzione di
questo dipartimento l’OMS riconosce che esistono differenze nei fattori che determinano la salute e il
carico di malattia per uomini e donne. Le dinamiche che riguardano il genere nella salute sono di
grandissima importanza e devono essere ben visualizzate.
Le differenze di genere tra uomini e donne si riferiscono a dati culturali e sociali: le donne vivono in
condizioni di minore vantaggio rispetto agli uomini in tutto il mondo e ciò si riflette sulle loro
condizioni di salute, definite più scadenti per minori risorse e minori livelli occupazionali, per più
carico di lavoro e più violenza subita rispetto gli uomini.
L’OMS riconosce che il sesso (dati biologici) ed il genere (dati di ruolo socio-culturale) sono
importanti determinanti della salute. Essi regolano le condizioni di salute e di malattia degli uomini e
delle donne.
In ogni programma che riguarda la salute, le differenze di genere e di sesso dovrebbero perciò
essere considerate. Tuttavia gli studi di nuovi farmaci, di nuove terapie, dell’eziologia e
dell’andamento delle malattie sono sempre stati condotti considerando come fruitori i maschi. Di
conseguenza, le cure mediche rivolte alle donne sono compromesse da un vizio di fondo: i metodi
utilizzati nelle sperimentazioni cliniche e nelle ricerche farmacologiche, e la successiva analisi dei
dati, risentono di una prospettiva maschile che sottovaluta le peculiarità femminili. Le terapie e i
farmaci sono tuttora messi a punto praticando la sperimentazione quasi esclusivamente su individui
di genere maschile. Ciò comporta che alle donne é offerto un servizio sanitario inadeguato ed
inefficiente.
E’ ancora sottovalutata la salute delle donne all’interno di una ricerca medica che è centrata
sull’uomo. Inoltre, permane il pregiudizio scientifico che considera le malattie delle donne con una
prevalente derivazione biologica-ormonale, mentre quelle degli uomini con una prevalente
derivazione socio-ambientale e lavorativa.
Persistono non solo pregiudizi, ma anche resistenze scientifiche e culturali. Manca ancora una
diversa prospettiva culturale e politica che possa favorire una nuova stagione di grandi valori di
democrazia e di rispetto della diversità, per porre fine a tutte le disuguaglianze e le discriminazioni
ancora presenti.
La conoscenza delle differenze di genere favorirebbe una maggiore appropriatezza della terapia ed
una maggiore tutela della salute per entrambi i generi. Il personale medico, farmaceutico e
ospedaliero dovrebbe perciò iniziare a confrontarsi su questa importante materia. Tra le tante azioni
possibili, di certo la più importante in questa fase sarebbe quella di inserire la prospettiva di genere
nei corsi universitari di Medicina e Chirurgia.
I genitori insegnano le pari opportunità?
Daria Parma

Persino nei Paesi Nordici, indicati dalle Nazioni Unite come modelli in materia di pari opportunità, in
virtù di una legislazione che si fonda sui principi dell’eguaglianza formale tra generi, e orienta una
solida politica di welfare, il mercato del lavoro presenta ancora delle forme di marcata segregazione
orizzontale, ovvero si struttura intorno a una netta distinzione tra i settori lavorativi considerati a
vocazione maschile e quelli accessibili alle donne. L’intervento dall’alto, realizzato sia con una serie
di misure a tutela della parità, sia con azioni positive intese a ristabilire uguali opportunità non ha,
dunque, inciso sui modi di pensiero che continuano a prevedere una scissione tra carriere femminili
e carriere maschili, e, infatti, assegnano all’uomo l’accesso agli impieghi di maggior prestigio e
meglio remunerati, consolidandolo nel ruolo di breadwinner, nonostante l’organizzazione sociale
imponga una revisione di questo modello.
Se la legge non è in grado di modificare schemi culturali consolidatisi nel tempo, a chi far riferimento
per introdurre visioni nuove che valorizzino il ruolo delle donne nelle diverse professioni e nella
costruzione dei saperi?
Una risposta viene dagli interventi di alcune donne, insignite quest’anno del riconoscimento “For
Women in Science”, dall’Unesco e dalla fondazione L’Oréal, citati dalla giornalista Emanuela Audisio
su “La Repubblica” del 28 febbraio 2010.
L’articolo riporta le affermazioni della chimica africana Tebella Nyokon, nata in Lesotho: ‹‹A giorni
alterni andavo a scuola e portavo a pascolare le pecore. Mio padre, che faceva il pastore, credeva in
me anche se non capiva cosa stessi studiando. Mentre i miei compagni sostenevano che la scienza
non è roba da donna››. Analogamente, la chimica russa Eugenia Kumacheva: ‹‹Mio padre,
appassionato di scienza, mi ha insegnato a fare domande e a essere curiosa››. L’americana Elaine
Fuchs, scelta per la sua ricerca sulle staminali nel trattamento delle malattie della pelle, commenta:
‹‹Mia zia è biologa e femminista, mia sorella è neuroscienziata, mia madre pensava potessi riuscire
nella chimica, ma io mi vedevo istitutrice››. Commenta, infine, la francese Anne Dejean-Assemat,
premiata per lo studio dei meccanismi molecolari e cellulari alla base di alcuni tumori: ‹‹Devo tutto ai
miei genitori. Mi hanno insegnato l’indipendenza, la porta di casa era sempre aperta, le discussioni
erano animate, questo mi ha dato coraggio e mi ha aiutata a costruire un forte senso critico, anzi
autocritico››.
Gli interventi di queste scienziate segnalano come l’orientamento positivo alla ricerca e la
consapevolezza della propria identità e capacità di riuscita si leghino al supporto di genitori influenti,
non necessariamente colti o di successo, ma sicuramente solidi e supportivi.
Il valore di modelli genitoriali efficaci viene confermato dalla ricerca di Patrizia Steca et al., “Parents’
Self-efficacy Beliefs and Their Children’s Psychological Adaptation During Adolescence”, pubblicato
il 4 marzo 2010 su Journal of Youth and Adolescence, che lega l’efficacia che gli adulti si
attribuiscono nel loro ruolo genitoriale alla capacità di adattamento dei figli adolescenti. In sostanza,
gli autori rilevano una correlazione positiva tra l’immagine sicura che madri e padri hanno di sé e la
riuscita dei figli, in relazione alla disponibilità all’apprendimento, alle competenze di studio,
all’indipendenza, al benessere e alla capacità di interagire in famiglia e tra pari.
Allora, genitori sereni nel loro ruolo e positivi nel sostenere i processi di crescita e di avvio
all’indipendenza di figlie e figli, consentono loro di raggiungere traguardi che figure parentali meno
presenti o meno solide non fanno intravedere.
Si può concludere che la consapevolezza delle ragazze intorno al loro valore e alle opportunità da
cogliere passa prioritariamente dal supporto di genitori sicuri e incoraggianti. Questi genitori
forniscono modelli di riferimento più vicini e definiscono scenari più precisi e praticabili rispetto a
quelli che la legislazione, il cui intervento è comunque fondamentale, struttura.
Allora, figure materne e paterne che incoraggino le ragazze a seguire carriere di studio, di ricerca o
occupazioni di prestigio – tradizionalmente a vocazione maschile – probabilmente forniscono alle
figlie strumenti più immediati, più disponibili in materia di pari opportunità di quelli offerti dalle
norme che intendono promuovere una cultura egualitaria.

 

Sede Legale: Via Enrico Toti, 14, 34131 TRIESTE - Codice Fiscale: - PEC: presidente@ pec.retedpitrieste.it

Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information