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numero 12 - giugno 2013

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 12 - giugno 2013

In questo numero:

- Introduzione

- Il lungo Viale dei Platani: una storia di ordinaria integrazione

- Fin che morte non vi separi

- Gender Empowerment e Social Networks


Introduzione

Comitato di redazione

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere "La Rete siamo noi" tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Chi desidera rivedere i numeri precedenti di "La Rete siamo noi", può trovarli sul nostro sito www.retedpitrieste.it.

Per quanto riguarda l’invio di materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 settembre 2013.

Buona lettura.


Il lungo Viale dei Platani: una storia di ordinaria integrazione

Maria Teresa Tubaro

Dipende tutto dal punto di osservazione. Anche un angolo del nostro piccolo giardino può sembrare una giungla tropicale se visto dal punto giusto. Le cose cambiano guardandole da più parti, e solo così rivelano la loro interezza e la vera essenza. Vogliamo provare a fare questo, riguardo a un dibattito di pressante attualità, raccontando una storia, così strana da non sembrare vera, cominciata nel lontano 1878 e non ancora conclusa, essendo, come tutto al mondo, in un costante divenire lungo il susseguirsi di molte generazioni.

Siamo al centro dell'Argentina, a una cinquantina di chilometri da Córdoba. Là sorge oggi la città di Jesús María, a quel tempo solo un villaggio abitato da una popolazione creola, non definibile né come urbanizzata né come rurale, che viveva all'ombra di una missione dei Gesuiti. Il governo centrale favoriva l'immigrazione: bisognava popolare un paese enorme. Così, dopo accordi con l'Italia, che di potenziali emigranti ne aveva anche troppi, il governo accolse una sessantina di famiglie italiane, tutte della stessa regione, e le stabilì in un deserto lontano da tutto, meno che da Jesús María. Colonia Caroya, si chiamava. Deserto non perché il territorio fosse arido, anzi, ma perché senza case, senza alcuna struttura di irrigazione né di potabilizzazione dell'acqua e senza materie prime se non la buona volontà dei coloni. Dovettero fare tutto: produrre i mattoni con l'argilla essiccandoli al sole per costruirsi le abitazioni, costruire le vasche di purificazione dell'acqua per renderla bevibile, lavorare la terra ed irrigarla prima di seminarla. Lentamente, costruirono il loro nuovo ambiente a somiglianza di quello che avevano lasciato.

Le due comunità non interagivano. Per i creoli di Jesús María i nuovi arrivati erano “gringos”, per gli italiani i creoli erano i “negros”, ed entrambi gli appellativi non erano complimenti. Solo una strada li univa e, contemporaneamente, li divideva. Una lunga strada dritta ai lati della quale l'alcade dell'epoca, l'Intendente Céspedes, aveva fatto piantare due filari di platani. “Ci son risorse per i platani, ma non per l'acqua!”, recriminavano i coloni. La notte, talvolta, alcuni, di soppiatto, ne sradicavano qualcuno, erano atti vandalici come oggi bruciare i cassonetti. L'Intendente, fermo sulle sue posizioni, fece presidiare le giovani piante dalle guardie. Oggi, naturalmente, di quegli alberi sono orgogliosi tutti, e costituiscono la prima attrazione per il turista. Ma allora, tra bravate e indifferenza, la vita continuava separata.

Gli italiani si erano portati dietro anche le loro tradizioni e la loro cucina regionale, fatta di italiche specialità, che producevano prima per uso familiare, poi per commercio. Per produrre di più e vendere meglio cominciarono ad accordarsi con i vicini creoli, e con loro raggiunsero il numero necessario per richiedere l'autonomia locale e autogovernarsi. E per promuovere le tipicità gastronomiche nelle quali anche gli autoctoni ormai si riconoscevano, istituirono la "Fiesta de la Sagra" che tuttora si celebra ogni anno nel mese di marzo. Questa si tiene proprio sul viale dei platani, chiuso al traffico per l'occasione, che oggi non divide più, ma unisce le due comunità davanti ai tavoli imbanditi e ad un bicchiere di vino sotto le fronde ombrose di quegli alberi ormai centenari. Il che dimostra, se non altro, che piantare alberi fa bene all'ambiente.

Bibliografia

- Benedetto, A. “Identidad y territorio: aportes para el desarrollo local en áreas rurales de la provincia de Mendoza. Estrategias con identidad territorial.” Tesis doctoral, inédita, Universidad Nacional de Cuyo, Mendoza, Argentina, 2009

- Champredonde, Marcelo  “Informe y reflexiones de primer trabajo de terreno en Colonia Caroya, Córdoba.” PE AETA 2683, INTA Bordenave, Pcía. de  Bs. As., Argentina, 2008

Sitografia:

- Centro de Información Turística del Norte de Córdoba, www.infoturis.com.ar

- Champredonde Marcelo, Benedetto Andrea, Bustos Cara Roberto “Productos típicos sociados a culturas migrantes: impactos de procesos de valorización sobre la identidad de los actores locales”, www.alasru.org

- Fernández Silvana “Colonia Caroya: una experiencia de reconversió n productiva”, www.upla.net

- Municipalidad de Colonia Caroya, www.coloniacaroya.gov.ar


Fin che morte non vi separi

Edi Haipel

Tra le quotidiane uccisioni di donne da parte dei partner in procinto di essere lasciati, quest’ultima raccontata dalla stampa con dovizia di particolari mi ha particolarmente colpito. Un poliziotto dopo un paio d’anni di matrimonio con un unico colpo di pistola si ammazza uccidendo contemporaneamente la moglie. Quello che mi ha sconvolto non è la dinamica del suicidio/omicidio, bensì il fatto che l’omicida abbia trascorso le ore precedenti sfogliando l’album delle foto del matrimonio. Perché l’uomo non è capace di accettare la fine di un rapporto? Cominciamo dal eliminare frasi del tipo “Mia/o per sempre fin che morte non ci separi”, “Ti amo da morire”, “Sei la mia vita senza te morirei”, ecc. Iniziamo dalle scuole con una educazione al rapporto di coppia, alle diversità di genere, al rispetto reciproco e alle pari opportunità. Separiamo il binomio amore/morte,  l’amore è rispetto della vita propria e altrui, l’amore va oltre la morte, l’amore non ha fine, si trasforma, si modifica, cambia, l’amore non comanda né possiede, l’amore è il colore della nostra Vita.

Muggia, 25 maggio 2013


Gender Empowerment e Social Networks

Lucia Napoli

Le persone comunicano nella rete, si informano, si orientano, esprimono pareri, parteggiano. Le famose nicchie si aggregano, nella rete. Qualsiasi siano i propri interessi, grazie a blog, siti e social networks, è possibile trovare fonti di approfondimento e spazi per scambiarsi informazioni e far sentire la propria voce. In particolare sui social networks, Facebook e Twitter in primis, fioriscono le pagine tematiche relative al riconoscimento della parità di diritti e della parità di genere.

In queste pagine si parla di emancipazione, di empowerment, di diritti delle donne, di lavoro e conciliazione, di contrasto agli stereotipi di genere, di femminicidio e violenza contro le donne. Si promuovono modelli alternativi di donna, si divulgano progetti di comunicazione non stereotipata, si compie opera di sensibilizzazione per far emergere una forte consapevolezza della nostra possibilità di autodeterminazione, della nostra capacità di leadership in termini di soft power e smart power.

Frequentare queste pagine tematiche costituisce, insomma, uno stimolo continuo, un motivante eccezionale, un coaching della capacità delle donne in termini di autodeterminazione e consapevolezza.

Il vantaggio dei social networks è di essere veloci e aggiornati continuamente. Essi offrono a tutti, e in tempo reale, la possibilità di parteciparvi, inoltre le informazioni possono raggiungere le persone interessate senza che esse le cerchino.

In queste pagine spesso compare la parola femminismo, non come imitazione del maschilismo e senza riferimenti alle streghe degli anni 70. Si tratta di un nuovo femminismo che è appunto tranquilla e lucida consapevolezza del proprio valore, dei propri diritti, della volontà di parità.

Cito rapidamente alcune pagine facebook italiane e straniere, tra le più interessanti.

In Italia: Il corpo delle donne, Se Non Ora Quando, Un altro genere di comunicazione, Bambole spettinate e diavole del focolare, La rete delle reti femminili, Donne Pensanti, Non è un paese per donne?

Nel mondo (colpisce favorevolmente la presenza di pagine arabe e musulmane):
Islamic Feminism, Feminist India, The uprising of women in the Arab world, Un women, Femen, UniteWomen.org, Equality Now, Women Hold Up Half The Sky, Women's Rights News

Relative a campagne di sensibilizzazione: The Body Is Not an Apology (per l’accettazione del proprio corpo), Too Young to Wed (contro il matrimonio in tenera età), NOMORE.org (contro la violenza sulle donne)

Una nota davvero particolare meritano le pagine di empowerment per bambine, vista l’importanza dell’educazione nella formazione del ruolo femminile già dai primi anni di vita:
A Mighty Girl, TowardTheStars, Rebecca Hains.

Sede Legale: Via Enrico Toti, 14, 34131 TRIESTE - Codice Fiscale: - PEC: presidente@ pec.retedpitrieste.it

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