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numero 0 - dicembre 2009

Gentile socia, gentile socio,
in occasione delle imminenti festività, desideriamo porgerti i nostri migliori auguri di Buon Natale e
Felice Anno Nuovo.
Quest'anno inoltre abbiamo pensato di regalare a tutti noi anche una novità che siamo certi sarà
gradita, si tratta del numero zero di La Rete siamo noi che ti inviamo di seguito. Il desiderio è che tale
strumento rappresenti un'opportunità per alimentare e sviluppare il network delle socie e dei soci.
Un ringraziamento particolare a coloro che hanno contribuito alla stesura del numero zero,
attraverso i loro racconti personali, le loro storie di vita e le loro esperienze professionali. Stili diversi
che raccontano esperienze vissute da persone differenti per provenienza ed aspettative, ma con
qualcosa in comune: il desiderio di costruire un futuro migliore per tutte le donne e tutti gli uomini.
Nella speranza di poter contare su molti altri contributi per i prossimi numeri, ti ringraziamo e ti
auguriamo buona lettura.

Un cordiale saluto.

Il comitato direttivo


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La Rete siamo noi


La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 0 - dicembre 2009

In questo numero:
- Introduzione
- Sulle tracce delle prime donne laureate a Trieste
- Mondo Master al femminile
- Viaggio in Iran – Donne così lontane eppure così vicine


Introduzione
Comitato Direttivo

L’Associazione Rete DPI - Nodo di Trieste ha un patrimonio di grande valore: le proprie socie e i
propri soci. Nel corso dei quasi due anni di vita della nostra Associazione sono oltre 100 gli allievi
dei corsi “Donne, Politica e Istituzioni” che, avendo concluso positivamente l’esperienza formativa
presso l’Università di Trieste, si sono potuti iscrivere alla nostra Associazione.
Siamo partiti da questa considerazione per creare un luogo virtuale dove sia possibile condividere
storie professionali e personali legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità. E’ nata
così La rete siamo noi, uno spazio tutto nostro per testimoniare e condividere con gli altri soci
situazioni, casi, riflessioni. Nella speranza che l’idea vi piaccia e vogliate partecipare numerosi, di
seguito vi esplicitiamo le poche regole che ci siamo posti.
Possono scrivere e ricevere La rete siamo noi tutti i soci in regola con le quote associative. Posto
che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La
lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vi chiediamo inoltre di
rispettare le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in
linea con il nostro statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari
opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal
confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né
scritti lesivi per chicchessia.

 


Sulle tracce delle prime donne laureate a Trieste
Marina Dorsi

Parlare di noi e della nostra vita significa testimoniare esperienze molteplici in campi diversi. Alle
volte attività per lo più sconosciute e ‘nascoste’, poiché non note ai più, celano invece
interessantissimi momenti di approfondimento e conoscenza che gratificano. Questo è il caso del
lavoro che io svolgo da più di venticinque anni ed il cui percorso è iniziato quasi per caso in seguito
alla frequentazione di un corso specifico in parallelo agli studi universitari. Aver scelto di operare
come archivista-paleografa è stata una scommessa che dopo tanti anni può essere considerata
vinta. Il settore dei beni culturali, potenzialmente ricchissimo in Italia, in realtà non gratifica i suoi
operatori in modo adeguato, ma l’esperienza che si matura, le conoscenze che si acquisiscono nel
contatto diretto con le ’carte’ che testimoniano oggettivamente gli eventi del passato e
contemporanei, sono ineguagliabili.
La mia, tra l’altro, è un’esperienza lavorativa da sempre tutta al femminile, essendo una delle socie
fondatrici della Cooperativa degli Archivisti e Paleografi di Trieste.
L’aver deciso di frequentare lo scorso anno il Corso “Donne, Politica e Istituzioni”, mi ha dimostrato,
una volta in più, che il mio lavoro di riordinatrice di archivi storici fornisce dati anche in questo
ambito. Mi è tornato alla mente il riordino, eseguito qualche anno fa, dell’Archivio Storico della
nostra Università, archivio che vede la sua origine con l’istituzione scolastica di matrice universitaria
denominata “Scuola Superiore di Commercio di Fondazione Revoltella”, istituita con statuto del 1875
ed inaugurata il 7 ottobre 1877 con l'apertura dell'anno scolastico 1877 -1878. Dopo la prima guerra
mondiale la Scuola fu dapprima parificata ai R.R. Istituti Superiori Commerciali, poi con D.L. 1667 e
1690 il 7 novembre 1920, fu trasformata in “Istituto superiore di Studi Commerciali Fondazione
Revoltella”, con l'istituzione di un IV corso complementare. Alla fine del 1924 diventò R. Università,
perdendo l’ottocentesco carattere fondazionale.
I corsi erano prevalentemente frequentati da studenti maschi, però con alcune interessanti eccezioni.
Infatti nella Serie archivistica denominata “Archivio Tesi”, dove sono state riordinate ed inventariate
le singole tesine e relazioni elaborate dagli studenti, è oggi possibile consultare anche gli scritti delle
poche donne diplomatesi alla Scuola Superiore nei primi anni ’20 del Novecento. Potremmo definirle
le prime laureate di Trieste. Esse furono sicuramente Gilda Levi, Nerina Kalasch, Ada Bruna
Minervini e Rina Minervini. Gli argomenti da loro sviluppati furono: “Le ragioni che si oppongono
all'attuazione del Sistema Taylor”; “L'emigrazione ebraica e la colonizzazione in Palestina”;
“L'industria dei forestieri in Italia”; “Pauperismo e beneficenza - appendice: alcuni cenni sulle
condizioni economiche di Trieste”.
Sarebbe interessante, se fosse possibile, approfondire la storia di queste giovani donne, le famiglie e
l’ambiente dal quale provenivano, scoprire quale ruolo riuscirono ad occupare nell’attività
imprenditoriale triestina, almeno nella prima metà del ‘900, o se eventi privati nonché politici le
fecero percorrere altre strade.
Questa è la grande opportunità che fornisce una fonte documentaria: la possibilità di andare a
sondare nuovi ambiti di conoscenza, scoprire storie nuove che arricchiscono una comunità, trovare
le testimonianze di fatti che possono sfatare i preconcetti.


Mondo Master al femminile
Manuela Scordino

Da qualche anno, frequento il mondo dell’atletica Master e per me, per nulla praticante in gioventù
ma da sempre appassionata osservatrice dei miei simili e dei loro comportamenti, si é presentata
l'occasione di esplorare un mondo veramente nuovo. L’unico requisito indispensabile per accedere
al mondo Master è essere donne e uomini che abbiano compiuto i 35 anni di età; se poi possiedi un
background da rispolverare o ti ci appassioni e tiri fuori il meglio di te, insieme a un costante
allenamento, puoi ottenere delle belle soddisfazioni, sia in campo regionale che nazionale, talvolta
anche internazionale. Così, un po’ per arginare gli effetti dell’età che avanza inesorabilmente, un po’
perché mi sono lasciata catturare dall’ambiente e da un agonismo che non pensavo di possedere, ho
iniziato ad avventurarmi nei campi di atletica, a gareggiare qua e là e a conoscere tanta, tanta gente,
italiana, europea, mondiale. La cosa veramente straordinaria di queste persone è l’età: si va dai 35 ai
95 anni e oltre! Puoi incontrare intere generazioni di sportivi veri, di ex campioni nazionali,
internazionali, anche olimpionici (uno tra i tanti Ottavio Missoni (1921) – 400 metri e 400 metri
ostacoli - 8 titoli nazionali, 1 titolo mondiale, 1 sesto posto ai giochi olimpici di Londra nel 1948 e
grande stilista), insieme a bravissimi, bravi e meno bravi (ma altrettanto motivati) dilettanti. Tutti,
attraverso lo sport, viaggiano e intessono amicizie ovunque.

Salta subito agli occhi, la grande differenza numerica tra donne e uomini delle categorie over 45,
mentre è un po’ meno marcata in quelle più giovani. Il motivo è facilmente intuibile: l’atletica era
maggiormente praticata dai ragazzi, soprattutto fino agli anni ’60. Mi è sorta una curiosità: come
vivevano e come venivano vissute negli anni precedenti il boom economico le ragazze in un
ambiente prettamente maschile, denotato per di più da una forte componente agonistica?

Ho approfittato di un evento nazionale – i Campionati Italiani Master di Atletica – che si sono tenuti a
Cattolica dal 19 al 21 giugno scorso, per chiedere una piccola testimonianza in proposito ad alcune
campionesse, del passato e anche del presente, di grande spessore.

La prima a cui mi sono rivolta è considerata da tutto il movimento Master la Grande
Madre: Ljubica “Gabre” Gabric (1914) – dalmata di nascita, lanciatrice olimpionica di
disco a Berlino nel 1936 e a Londra nel 1948; sposata con il grande tecnico Sandro
Calvesi (la Società per cui Gabre gareggia ancora oggi è intitolata al marito); la figlia
Lyana (1944), presidente della Società, tecnico e lanciatrice a sua volta, ha sposato il
celeberrimo ostacolista Eddy Ottoz e le imprese della dinastia sono continuate grazie
ai nipoti Laurent, Pilar e Patrick Ottoz. Gabre, donna elegante, spiritosa e
garbatamente ironica, famosa per essere in campo sempre inappuntabile – un filo di
trucco, fascia per i capelli e gioielli compresi - non perde uno dei vari appuntamenti in calendario.
Anche se i chilometri da percorrere per raggiungere il prossimo campo di gara sono molti,
l’importante per lei è non fermarsi mai ed eccola puntuale in agosto a Lahti in Finlandia per i
Campionati Mondiati Master di Atletica, dove ha conquistato 3 medaglie d’argento nelle specialità del
getto del peso, lancio del disco e lancio del giavellotto!

Altra grande figura sportiva è la triestina Nives Fozzer (1930) – campionessa italiana
sui 400 metri, inizia l'attività agonistica già nel 1947. E' stata insignita della Palma
d'oro dei migliori atleti italiani, oltre a numerosi riconoscimenti. Lo stadio Grezar di
Trieste, dove aveva mosso i suoi primi passi di atleta, l'ha vista a lungo allenatrice
nelle specialità di corsa a lei tanto care. Anche Nives - oggi lanciatrice di disco, peso
e giavellotto e, all'occorrenza, giudice di gara - è sempre presente ai meeting, ai quali
partecipa in compagnia dell’inseparabile marito Bruno,
egli stesso lanciatore.

Brunella Del Giudice (1943) rappresenta per me il mio mentore. Ci
incontriamo sovente - lei è di Tarvisio - al campo Dal Dan di Paderno
(UD) e da lei cerco di apprendere tutto quello che posso della tecnica di
lancio, diversa per ogni singolo attrezzo. Insegnante di educazione fisica
alle scuole medie inferiori fino a qualche anno fa, anche Brunella ha dedicato buona parte della sua
vita all’atletica, spaziando tra le varie specialità dei lanci. Nel suo palmares vanta, da liceale, una
presenza in nazionale per il getto del peso (anni '60) e buoni risultati nel disco e nel giavellotto.
Recentemente, vincendo un'istintiva ed inspiegabile antipatia, si è avvicinata al martello che – è la
prima a stupirsene - le sta dando non poche soddisfazioni anche in campo internazionale. Infatti, ai
Campionati Mondiali Master di Atletica che si sono svolti lo scorso agosto a Lahti (Finlandia),
Brunella ha vinto la medaglia d’oro nel getto del martellone (m 13,40), l’argento nel martello (m 34,35)
e nel pentatlon dei lanci (4.471 punti e a soli 15 punti dalla prima classificata!), oltre a buoni
piazzamenti nel peso, disco e giavellotto.

Queste tre donne, distanti per età anagrafica ed epoca in cui si sono formate come persone e come
atlete, sono state comunque concordi nell’affermare che il mondo dell’atletica – così come l’hanno
vissuto - era fortemente rappresentato dai maschi e in misura molto inferiore dalle femmine, ma che
non hanno mai percepito, sia da parte degli allenatori (a quei tempi rigorosamente uomini!) che dei
loro stessi coetanei, alcun tipo di disparità di trattamento. Si sono e sono state sempre considerate
atlete, da tifare, da stimolare, da incitare e, talvolta, da consolare quando i risultati non arrivavano. In
campo contavano – e contano ancora oggi, a sentire le ragazze che praticano atletica al campo
Draghicchio (Cologna) - i tempi o le misure e la maglia che rappresenti. Fuori dal campo di atletica,
deposti i colori societari e le sane rivalità di concorrenti in competizione, erano e sono semplici
adolescenti, sempre pronti a divertirsi tutti insieme ieri in qualche trattoria con l’immancabile
moscatella, oggi in un bar alla moda per l'happy hour!

Assumendo per vero il mai tramontato stereotipo che vuole il mondo sportivo sano per eccellenza e
probabilmente entro certi livelli lo è davvero, verrebbe da pensare che altri sono gli ambienti in cui si
rileva la discriminazione femminile. Restano da capire e soprattutto da rimuovere i meccanismi che
ancora inducono gli uomini ad attuarla e le donne ad subirla, più o meno passivamente.


Viaggio in Iran – Donne così lontane eppure così vicine
Mira Pettirosso

L'Iran è un luogo affascinante. E' ricco di storia, di cultura e di magnifici paesaggi. Sarebbe stato
davvero difficile declinare l'invito di alcuni amici iraniani a visitare il loro Paese.
Tra le molte tappe resta indelebile il ricordo della città di Isfahan, l'antica capitale dell'impero
persiano. La città ospita il palazzo del sultano e alcune tra le più belle moschee dell'Iran. Le
ricchezze architettoniche e i suoi lussureggianti giardini le sono valsi addirittura un proverbio:
"Isfahan è la metà del mondo".
Nei giorni in cui la visitammo la città era in festa, le vie accese di addobbi e luci multicolori per la
celebrazione di una importante ricorrenza religiosa. In ogni strada i ristoranti offrivano thè e succo di
frutta ai passanti, e così fu per noi.
Anita, la nostra amica iraniana che aveva scelto per noi un albergo dall'incantevole architettura
arabesca, volle invitarci ad una serata di festa nel giardino di un suo conoscente. Durante la serata,
canti religiosi accompagnati dal suono di caratteristici strumenti si alternavano alla recita dei versetti
del Corano. Assecondando gli usi locali, io e Anita prendemmo posto nella zona riservata alle donne,
che per l'occasione indossavano il nazionale chador nero. Io vestivo una tunica color turchese
indossata sopra i pantaloni e uno scialle mi avvolgeva il capo, così che immediatamente mi ritrovai
circondata dalla festosa curiosità delle altre donne. Tutte volevano stringermi la mano. Desideravano
sapere da dove venivo, se ero sposata, se avevo dei figli. Quale loro gradita ospite mi fecero
accomodare in prima fila, proprio di fronte al palco sul quale alcuni uomini recitavano preghiere sulle
note di antichi strumenti. Le nostre preghiere scorrono silenziose, pensavo, per loro è diverso.
Mentre sul palco la parola volgeva a Dio, la partecipazione degli astanti si alternava alla convivialità
della conversazione. Le donne, in gran parte sedute a terra su ampie stuoie, parlavano tra loro,
mentre i bambini erano presi dai giochi.
Una donna che sedeva al mio fianco attirò la mia attenzione. Nonostante il chador le nascondesse il
volto, mi accorsi dal suo singhiozzare che stava piangendo. Vinto un primo, breve momento di
esitazione, mi venne naturale prenderle la mano e, rivolgendomi a lei in italiano, dirle di non
piangere, che ogni cosa si sarebbe risolta e che ero lì per aiutarla. Il mio gesto fu notato all'istante da
tutte le donne presenti, le quali si raccolsero intorno a me e parlando in inglese mi rassicurarono
dicendomi che non c'era nulla di cui preoccuparsi. Mi spiegarono che quella donna si era rivolta a
Dio per una grazia, e che quel pianto era un segno positivo in quanto rivelatore della capacità della
donna di prostrarsi al cospetto di Dio, il quale certamente avrebbe ascoltato quelle preghiere. Una
spiritualità dalle forme decisamente intense, pensai, e molto lontana dal nostro modo di vedere la
vita.
Peraltro, da quell'istante mi sentii circondata da un immenso calore. Mi avvolgeva, sostituendosi a
quella che fino ad allora era stata più che altro la curiosità che ogni straniero può attirare in una terra
povera di stranieri. Mentre mi offrivano i tradizionali biscotti del benvenuto, le sorpresi a parlarsi con
gli occhi. Bellissimi occhi persiani che hanno imparato il linguaggio degli sguardi.
Il momento conviviale consentì a tutte le donne, una quarantina circa, di alzarsi per venirmi a
salutare e nel contempo di farmi qualche altra domanda. Molte tra loro volevano conoscere il motivo
delle mia visita e quale fosse la mia prima impressione sull'Iran. Mi colpì in particolare la domanda di
una ragazza: "Non avevi paura di venire in Iran?" Risposi di no, che non ne avevo, chiedendo a mia
volta il perché di quella domanda. Raccontò che in Iran sono in molti a pensare che noi stranieri
evitiamo il loro Paese per diffidenza o addirittura per paura.
Continuai a conversare, a conoscere, nonostante l'ostacolo della lingua e la sostanziale incapacità
dell'inglese di saziare la voglia di raccontarci tra donne.
Torno spesso col pensiero a quella sera, all'occasione preziosa di condividere con loro un momento
intimo come la preghiera. Ma più d'ogni cosa porto con me il ricordo di quella complicità femminile
che non aveva tardato a rivelarsi, ad accorciare le distanze, come accade tra noi donne ovunque sia
il nostro angolo di mondo.

Sede Legale: Via Enrico Toti, 14, 34131 TRIESTE - Codice Fiscale: - PEC: presidente@ pec.retedpitrieste.it

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