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numero 11 speciale - 8 marzo 2013

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 11 - 8 marzo 2013

In questo numero:

- 8 marzo 2013

- International Women’s Day


8 marzo 2013

Elisabetta Tigani Sava

La Giornata Internazionale della Donna, comunemente definita Festa della Donna, è una giornata commemorativa celebrata l'8 marzo di ogni anno, che intende ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo.

Le origini risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario, Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale a favore delle donne proprio in ricordo della tragedia.

Questo triste fatto aveva determinato, negli anni immediatamente successivi, l’avvio a una serie di celebrazioni che nei primi tempi erano state circoscritte agli Stati Uniti e avevano come unico scopo il ricordo dell’orribile fine toccata alle operaie morte nel rogo della fabbrica.

In seguito, con il diffondersi e il moltiplicarsi delle iniziative, che vedevano come protagoniste le rivendicazioni femminili relative al lavoro e alla condizione sociale, la data dell'8 marzo assunse un'importanza mondiale, diventando, grazie alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma anche un punto di partenza per la propria emancipazione.

Attualmente la giornata dell’8 marzo è molto attesa: le associazioni di donne organizzano manifestazioni e convegni sull'argomento, cercando di sensibilizzare l'opinione pubblica sui problemi che pesano ancora oggi sulla condizione della donna. Ma è attesa anche dai fiorai che in questa occasione vendono i mazzetti di mimose, divenute il simbolo di questa giornata, a prezzi esagerati, e dai ristoratori che vedono i loro locali affollati. Costoro probabilmente non sanno cosa è accaduto l'8 marzo del 1908, ma sono consapevoli che il loro volume di affari trarrà indubbio vantaggio dai festeggiamenti della ricorrenza. Nel corso degli anni, quindi, sebbene non si manchi di ricordare questa data, è andato perdendosi il vero significato della Giornata Internazionale della Donna, perché alcune donne approfittano di questo giorno per uscire con le amiche e concedersi una serata diversa, magari all'insegna della "trasgressione", che può assumere la forma di uno spettacolo di spogliarello maschile, proponendo per una volta i ruoli invertiti.

A parte questo doveroso e sintetico richiamo storico, noi riteniamo che il discorso sia ben più complesso e non riguardi solamente politiche di genere e considerazioni spesso banali e demagogiche da talk-show popolare.

Oggi, nel nostro piccolo ambito, vorremmo mettere da parte le mimose (con buona pace dei fiorai) e le belle parole in discorsi fini a se stessi (che alla mezzanotte di questa giornata verranno già dimenticati, per essere nuovamente rispolverati tra un anno nello stesso giorno).

Vorremmo invece ricordare a tutte e a tutti che, per quanto ci sia dato fare, la nostra Associazione e noi stesse/i in prima persona (da sempre e non solo per una giornata all’anno) siamo impegnate/i per tentare di tutelare TUTTE/I coloro che, principalmente, vivono situazioni di particolare difficoltà personale, familiare e lavorativa, subendo direttamente o indirettamente una feroce o subliminale discriminazione, indipendentemente dal sesso e dall’età.

Ma oggi, permettetecelo, vorremmo ricordare (qualora ce ne fosse bisogno) le colleghe, le donne, le amiche, che ogni giorno affrontano problemi di grande complessità nell’equilibrio della gestione familiare e, contemporaneamente, delle mansioni lavorative, in una società assai poco civile che ha abbandonato completamente la cura e la gestione della famiglia alla buona volontà di nuclei familiari allargati (per i più fortunati) con genitori sempre più in difficoltà e che, per l’appunto se sono fortunati, possono contare solo sull’aiuto di parenti, nonni, zii e amici ma quasi per nulla su strutture sociali capillari ed economicamente fruibili da chiunque.

Una società che sbandiera pari opportunità, valori e chiacchiere, ma poi, di fatto, ghettizza chi non assume scelte in linea con le politiche di aziende e/o amministrazioni che non danno spazio ad altri valori che non siano l’utile, il denaro, la carriera e il potere, in contrapposizione ad altri valori vitali, quali quelli legati alla famiglia e ai figli.

Guardiamoci intorno: quanti posti di vertice affidati a donne? Quanti percorsi di carriera affidati a giovani colleghi uomini piuttosto che a colleghe (con il timore che prima o poi queste possano diventare madri)?

Non vogliamo farla troppo lunga e non vogliamo nemmeno cadere nella trappola qualunquista che fa dire ad alcune/i che tutto ciò che è donna è bello ed è migliore.

Noi crediamo che nella vita in genere, come in particolare in quella lavorativa, siano da preferire le persone perbene, capaci e oneste, a quelle incapaci, incompetenti e disoneste, indipendentemente dal sesso, dall’età, dal credo politico e dai costumi sessuali.

Ma crediamo anche che attualmente la donna che lavora (sia essa madre o single), incontri più difficoltà dei colleghi maschi (siano padri o single), tanto è vero che basterebbe ricordare che il 99% di coloro che chiedono il part time sono colleghe donne e (per fortuna!) quasi nella totalità dei casi per fronteggiare problematiche familiari piuttosto che di salute.

Ci limitiamo, quindi, a quanto appena affermato e continueremo anche all’indomani dell’8 marzo, e nei giorni a venire, per tutto l’anno, a profondere tutto il nostro impegno per tentare di essere vicini a chi incontra ogni giorno sempre più ostacoli, discriminazioni e difficoltà.

Oggi abbiamo parlato delle donne, ma il nostro saluto particolare e conclusivo va anche alle famiglie in genere, anche a quelle monocellulari, con figli e senza figli, alle persone impegnate ad assistere anziani e parenti ammalati (o che devono fronteggiare in prima persona malattie e difficoltà fisiche) e a chi vive quotidianamente con i benefici della L. 104 ma, contemporaneamente, con i disagi di un’invalidità.

Un saluto, quindi, in questa giornata dell’8 marzo, a tutte e a tutti coloro che soffrono e vivono un momento di particolare difficoltà.

Un buon 8 marzo e un caloroso e affettuoso saluto da chi come noi ha scelto di battersi per diffondere la cultura di genere e delle pari opportunità e l’attuazione di buone prassi contro ogni tipo di discriminazione.


International Women’s Day

Daria Parma

È meglio la denominazione inglese: International Women’s Day, perché quel plurale – Giornata Internazionale delle DONNE – coglie la pluralità delle persone, la disparità di pensieri, di stati d’animo, di modi di essere, di scelte di esprimersi, di rappresentazioni della realtà che il singolare – LA DONNA in Giornata Internazionale della Donna – tende a raggelare in un’essenza astorica e, dunque, fuori dal tempo. Non si tratta di essere donna, ma di essere donne. In quel plurale si situa il senso delle battaglie di tutti questi anni: riconoscere la varietà, e dunque le possibilità dei diversi sé, le aperture che la definizione di genere, lungi dal tradurre in ruoli scontati, lascia al variare dei modelli culturali, la disponibilità all’esplorazione, alla scoperta e alla ricodificazione di spazi, non più divisi per uomini e donne, ma fruibili dalle persone.

Non si tratta, allora, di rispondere alla domanda: “Che cosa significa oggi essere donna?” ma serve, piuttosto, interrogarsi continuamente sui significati, sempre mutevoli, del viversi come donne nel tempo, del muoversi da donne negli spazi della relazionalità, dell’agire da donne gli ambiti lavorativi, del percorrere da donne le città, dell’esprimersi e del farsi spazio in quanto donne.

Non consiste nel rinforzare quelle caratteristiche delle modalità di ‘essere donna al singolare’ che abbiamo, con poca consapevolezza dei pericoli, accolto e anche elaborato: non si tratta di tenere a mente che la donna è quella della relazionalità, che la donna è quella con scarsa propensione al rischio in favore di una visione concreta della realtà, che la donna aggiunge al pragmatismo maschile l’etica dei sentimenti. Ogni definizione essenzialista, nell’accedere a uno stereotipo, introduce una chiusura. Si tratta, piuttosto, di riconoscere la capacità reale, concreta, esperita da ciascuna di noi, nella diversità delle scelte e delle condizioni, di affrontare e gestire situazioni complesse, di trovare risorse per far fronte all’inaspettato, di dare risposte mantenendo l’integrità di sé o rafforzandola.

I modelli di donne che ce l’hanno fatta ci servono come riferimenti, come ambiti del possibile cui tendere, come risposte concrete, vitali ed efficaci agli interrogativi della vita e della conoscenza. Sono segni di una realizzazione che ciascuna di noi ha la possibilità di rappresentarsi e ha il diritto di perseguire. Nella coscienza di sé in quanto donna e persona, nella libertà di diritti uguali, nelle scelte che può percorrere.

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