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numero 12 - giugno 2013

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 12 - giugno 2013

In questo numero:

- Introduzione

- Il lungo Viale dei Platani: una storia di ordinaria integrazione

- Fin che morte non vi separi

- Gender Empowerment e Social Networks


Introduzione

Comitato di redazione

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere "La Rete siamo noi" tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Chi desidera rivedere i numeri precedenti di "La Rete siamo noi", può trovarli sul nostro sito www.retedpitrieste.it.

Per quanto riguarda l’invio di materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 settembre 2013.

Buona lettura.


Il lungo Viale dei Platani: una storia di ordinaria integrazione

Maria Teresa Tubaro

Dipende tutto dal punto di osservazione. Anche un angolo del nostro piccolo giardino può sembrare una giungla tropicale se visto dal punto giusto. Le cose cambiano guardandole da più parti, e solo così rivelano la loro interezza e la vera essenza. Vogliamo provare a fare questo, riguardo a un dibattito di pressante attualità, raccontando una storia, così strana da non sembrare vera, cominciata nel lontano 1878 e non ancora conclusa, essendo, come tutto al mondo, in un costante divenire lungo il susseguirsi di molte generazioni.

Siamo al centro dell'Argentina, a una cinquantina di chilometri da Córdoba. Là sorge oggi la città di Jesús María, a quel tempo solo un villaggio abitato da una popolazione creola, non definibile né come urbanizzata né come rurale, che viveva all'ombra di una missione dei Gesuiti. Il governo centrale favoriva l'immigrazione: bisognava popolare un paese enorme. Così, dopo accordi con l'Italia, che di potenziali emigranti ne aveva anche troppi, il governo accolse una sessantina di famiglie italiane, tutte della stessa regione, e le stabilì in un deserto lontano da tutto, meno che da Jesús María. Colonia Caroya, si chiamava. Deserto non perché il territorio fosse arido, anzi, ma perché senza case, senza alcuna struttura di irrigazione né di potabilizzazione dell'acqua e senza materie prime se non la buona volontà dei coloni. Dovettero fare tutto: produrre i mattoni con l'argilla essiccandoli al sole per costruirsi le abitazioni, costruire le vasche di purificazione dell'acqua per renderla bevibile, lavorare la terra ed irrigarla prima di seminarla. Lentamente, costruirono il loro nuovo ambiente a somiglianza di quello che avevano lasciato.

Le due comunità non interagivano. Per i creoli di Jesús María i nuovi arrivati erano “gringos”, per gli italiani i creoli erano i “negros”, ed entrambi gli appellativi non erano complimenti. Solo una strada li univa e, contemporaneamente, li divideva. Una lunga strada dritta ai lati della quale l'alcade dell'epoca, l'Intendente Céspedes, aveva fatto piantare due filari di platani. “Ci son risorse per i platani, ma non per l'acqua!”, recriminavano i coloni. La notte, talvolta, alcuni, di soppiatto, ne sradicavano qualcuno, erano atti vandalici come oggi bruciare i cassonetti. L'Intendente, fermo sulle sue posizioni, fece presidiare le giovani piante dalle guardie. Oggi, naturalmente, di quegli alberi sono orgogliosi tutti, e costituiscono la prima attrazione per il turista. Ma allora, tra bravate e indifferenza, la vita continuava separata.

Gli italiani si erano portati dietro anche le loro tradizioni e la loro cucina regionale, fatta di italiche specialità, che producevano prima per uso familiare, poi per commercio. Per produrre di più e vendere meglio cominciarono ad accordarsi con i vicini creoli, e con loro raggiunsero il numero necessario per richiedere l'autonomia locale e autogovernarsi. E per promuovere le tipicità gastronomiche nelle quali anche gli autoctoni ormai si riconoscevano, istituirono la "Fiesta de la Sagra" che tuttora si celebra ogni anno nel mese di marzo. Questa si tiene proprio sul viale dei platani, chiuso al traffico per l'occasione, che oggi non divide più, ma unisce le due comunità davanti ai tavoli imbanditi e ad un bicchiere di vino sotto le fronde ombrose di quegli alberi ormai centenari. Il che dimostra, se non altro, che piantare alberi fa bene all'ambiente.

Bibliografia

- Benedetto, A. “Identidad y territorio: aportes para el desarrollo local en áreas rurales de la provincia de Mendoza. Estrategias con identidad territorial.” Tesis doctoral, inédita, Universidad Nacional de Cuyo, Mendoza, Argentina, 2009

- Champredonde, Marcelo  “Informe y reflexiones de primer trabajo de terreno en Colonia Caroya, Córdoba.” PE AETA 2683, INTA Bordenave, Pcía. de  Bs. As., Argentina, 2008

Sitografia:

- Centro de Información Turística del Norte de Córdoba, www.infoturis.com.ar

- Champredonde Marcelo, Benedetto Andrea, Bustos Cara Roberto “Productos típicos sociados a culturas migrantes: impactos de procesos de valorización sobre la identidad de los actores locales”, www.alasru.org

- Fernández Silvana “Colonia Caroya: una experiencia de reconversió n productiva”, www.upla.net

- Municipalidad de Colonia Caroya, www.coloniacaroya.gov.ar


Fin che morte non vi separi

Edi Haipel

Tra le quotidiane uccisioni di donne da parte dei partner in procinto di essere lasciati, quest’ultima raccontata dalla stampa con dovizia di particolari mi ha particolarmente colpito. Un poliziotto dopo un paio d’anni di matrimonio con un unico colpo di pistola si ammazza uccidendo contemporaneamente la moglie. Quello che mi ha sconvolto non è la dinamica del suicidio/omicidio, bensì il fatto che l’omicida abbia trascorso le ore precedenti sfogliando l’album delle foto del matrimonio. Perché l’uomo non è capace di accettare la fine di un rapporto? Cominciamo dal eliminare frasi del tipo “Mia/o per sempre fin che morte non ci separi”, “Ti amo da morire”, “Sei la mia vita senza te morirei”, ecc. Iniziamo dalle scuole con una educazione al rapporto di coppia, alle diversità di genere, al rispetto reciproco e alle pari opportunità. Separiamo il binomio amore/morte,  l’amore è rispetto della vita propria e altrui, l’amore va oltre la morte, l’amore non ha fine, si trasforma, si modifica, cambia, l’amore non comanda né possiede, l’amore è il colore della nostra Vita.

Muggia, 25 maggio 2013


Gender Empowerment e Social Networks

Lucia Napoli

Le persone comunicano nella rete, si informano, si orientano, esprimono pareri, parteggiano. Le famose nicchie si aggregano, nella rete. Qualsiasi siano i propri interessi, grazie a blog, siti e social networks, è possibile trovare fonti di approfondimento e spazi per scambiarsi informazioni e far sentire la propria voce. In particolare sui social networks, Facebook e Twitter in primis, fioriscono le pagine tematiche relative al riconoscimento della parità di diritti e della parità di genere.

In queste pagine si parla di emancipazione, di empowerment, di diritti delle donne, di lavoro e conciliazione, di contrasto agli stereotipi di genere, di femminicidio e violenza contro le donne. Si promuovono modelli alternativi di donna, si divulgano progetti di comunicazione non stereotipata, si compie opera di sensibilizzazione per far emergere una forte consapevolezza della nostra possibilità di autodeterminazione, della nostra capacità di leadership in termini di soft power e smart power.

Frequentare queste pagine tematiche costituisce, insomma, uno stimolo continuo, un motivante eccezionale, un coaching della capacità delle donne in termini di autodeterminazione e consapevolezza.

Il vantaggio dei social networks è di essere veloci e aggiornati continuamente. Essi offrono a tutti, e in tempo reale, la possibilità di parteciparvi, inoltre le informazioni possono raggiungere le persone interessate senza che esse le cerchino.

In queste pagine spesso compare la parola femminismo, non come imitazione del maschilismo e senza riferimenti alle streghe degli anni 70. Si tratta di un nuovo femminismo che è appunto tranquilla e lucida consapevolezza del proprio valore, dei propri diritti, della volontà di parità.

Cito rapidamente alcune pagine facebook italiane e straniere, tra le più interessanti.

In Italia: Il corpo delle donne, Se Non Ora Quando, Un altro genere di comunicazione, Bambole spettinate e diavole del focolare, La rete delle reti femminili, Donne Pensanti, Non è un paese per donne?

Nel mondo (colpisce favorevolmente la presenza di pagine arabe e musulmane):
Islamic Feminism, Feminist India, The uprising of women in the Arab world, Un women, Femen, UniteWomen.org, Equality Now, Women Hold Up Half The Sky, Women's Rights News

Relative a campagne di sensibilizzazione: The Body Is Not an Apology (per l’accettazione del proprio corpo), Too Young to Wed (contro il matrimonio in tenera età), NOMORE.org (contro la violenza sulle donne)

Una nota davvero particolare meritano le pagine di empowerment per bambine, vista l’importanza dell’educazione nella formazione del ruolo femminile già dai primi anni di vita:
A Mighty Girl, TowardTheStars, Rebecca Hains.

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numero 11 speciale - 8 marzo 2013

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 11 - 8 marzo 2013

In questo numero:

- 8 marzo 2013

- International Women’s Day


8 marzo 2013

Elisabetta Tigani Sava

La Giornata Internazionale della Donna, comunemente definita Festa della Donna, è una giornata commemorativa celebrata l'8 marzo di ogni anno, che intende ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo.

Le origini risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario, Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale a favore delle donne proprio in ricordo della tragedia.

Questo triste fatto aveva determinato, negli anni immediatamente successivi, l’avvio a una serie di celebrazioni che nei primi tempi erano state circoscritte agli Stati Uniti e avevano come unico scopo il ricordo dell’orribile fine toccata alle operaie morte nel rogo della fabbrica.

In seguito, con il diffondersi e il moltiplicarsi delle iniziative, che vedevano come protagoniste le rivendicazioni femminili relative al lavoro e alla condizione sociale, la data dell'8 marzo assunse un'importanza mondiale, diventando, grazie alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma anche un punto di partenza per la propria emancipazione.

Attualmente la giornata dell’8 marzo è molto attesa: le associazioni di donne organizzano manifestazioni e convegni sull'argomento, cercando di sensibilizzare l'opinione pubblica sui problemi che pesano ancora oggi sulla condizione della donna. Ma è attesa anche dai fiorai che in questa occasione vendono i mazzetti di mimose, divenute il simbolo di questa giornata, a prezzi esagerati, e dai ristoratori che vedono i loro locali affollati. Costoro probabilmente non sanno cosa è accaduto l'8 marzo del 1908, ma sono consapevoli che il loro volume di affari trarrà indubbio vantaggio dai festeggiamenti della ricorrenza. Nel corso degli anni, quindi, sebbene non si manchi di ricordare questa data, è andato perdendosi il vero significato della Giornata Internazionale della Donna, perché alcune donne approfittano di questo giorno per uscire con le amiche e concedersi una serata diversa, magari all'insegna della "trasgressione", che può assumere la forma di uno spettacolo di spogliarello maschile, proponendo per una volta i ruoli invertiti.

A parte questo doveroso e sintetico richiamo storico, noi riteniamo che il discorso sia ben più complesso e non riguardi solamente politiche di genere e considerazioni spesso banali e demagogiche da talk-show popolare.

Oggi, nel nostro piccolo ambito, vorremmo mettere da parte le mimose (con buona pace dei fiorai) e le belle parole in discorsi fini a se stessi (che alla mezzanotte di questa giornata verranno già dimenticati, per essere nuovamente rispolverati tra un anno nello stesso giorno).

Vorremmo invece ricordare a tutte e a tutti che, per quanto ci sia dato fare, la nostra Associazione e noi stesse/i in prima persona (da sempre e non solo per una giornata all’anno) siamo impegnate/i per tentare di tutelare TUTTE/I coloro che, principalmente, vivono situazioni di particolare difficoltà personale, familiare e lavorativa, subendo direttamente o indirettamente una feroce o subliminale discriminazione, indipendentemente dal sesso e dall’età.

Ma oggi, permettetecelo, vorremmo ricordare (qualora ce ne fosse bisogno) le colleghe, le donne, le amiche, che ogni giorno affrontano problemi di grande complessità nell’equilibrio della gestione familiare e, contemporaneamente, delle mansioni lavorative, in una società assai poco civile che ha abbandonato completamente la cura e la gestione della famiglia alla buona volontà di nuclei familiari allargati (per i più fortunati) con genitori sempre più in difficoltà e che, per l’appunto se sono fortunati, possono contare solo sull’aiuto di parenti, nonni, zii e amici ma quasi per nulla su strutture sociali capillari ed economicamente fruibili da chiunque.

Una società che sbandiera pari opportunità, valori e chiacchiere, ma poi, di fatto, ghettizza chi non assume scelte in linea con le politiche di aziende e/o amministrazioni che non danno spazio ad altri valori che non siano l’utile, il denaro, la carriera e il potere, in contrapposizione ad altri valori vitali, quali quelli legati alla famiglia e ai figli.

Guardiamoci intorno: quanti posti di vertice affidati a donne? Quanti percorsi di carriera affidati a giovani colleghi uomini piuttosto che a colleghe (con il timore che prima o poi queste possano diventare madri)?

Non vogliamo farla troppo lunga e non vogliamo nemmeno cadere nella trappola qualunquista che fa dire ad alcune/i che tutto ciò che è donna è bello ed è migliore.

Noi crediamo che nella vita in genere, come in particolare in quella lavorativa, siano da preferire le persone perbene, capaci e oneste, a quelle incapaci, incompetenti e disoneste, indipendentemente dal sesso, dall’età, dal credo politico e dai costumi sessuali.

Ma crediamo anche che attualmente la donna che lavora (sia essa madre o single), incontri più difficoltà dei colleghi maschi (siano padri o single), tanto è vero che basterebbe ricordare che il 99% di coloro che chiedono il part time sono colleghe donne e (per fortuna!) quasi nella totalità dei casi per fronteggiare problematiche familiari piuttosto che di salute.

Ci limitiamo, quindi, a quanto appena affermato e continueremo anche all’indomani dell’8 marzo, e nei giorni a venire, per tutto l’anno, a profondere tutto il nostro impegno per tentare di essere vicini a chi incontra ogni giorno sempre più ostacoli, discriminazioni e difficoltà.

Oggi abbiamo parlato delle donne, ma il nostro saluto particolare e conclusivo va anche alle famiglie in genere, anche a quelle monocellulari, con figli e senza figli, alle persone impegnate ad assistere anziani e parenti ammalati (o che devono fronteggiare in prima persona malattie e difficoltà fisiche) e a chi vive quotidianamente con i benefici della L. 104 ma, contemporaneamente, con i disagi di un’invalidità.

Un saluto, quindi, in questa giornata dell’8 marzo, a tutte e a tutti coloro che soffrono e vivono un momento di particolare difficoltà.

Un buon 8 marzo e un caloroso e affettuoso saluto da chi come noi ha scelto di battersi per diffondere la cultura di genere e delle pari opportunità e l’attuazione di buone prassi contro ogni tipo di discriminazione.


International Women’s Day

Daria Parma

È meglio la denominazione inglese: International Women’s Day, perché quel plurale – Giornata Internazionale delle DONNE – coglie la pluralità delle persone, la disparità di pensieri, di stati d’animo, di modi di essere, di scelte di esprimersi, di rappresentazioni della realtà che il singolare – LA DONNA in Giornata Internazionale della Donna – tende a raggelare in un’essenza astorica e, dunque, fuori dal tempo. Non si tratta di essere donna, ma di essere donne. In quel plurale si situa il senso delle battaglie di tutti questi anni: riconoscere la varietà, e dunque le possibilità dei diversi sé, le aperture che la definizione di genere, lungi dal tradurre in ruoli scontati, lascia al variare dei modelli culturali, la disponibilità all’esplorazione, alla scoperta e alla ricodificazione di spazi, non più divisi per uomini e donne, ma fruibili dalle persone.

Non si tratta, allora, di rispondere alla domanda: “Che cosa significa oggi essere donna?” ma serve, piuttosto, interrogarsi continuamente sui significati, sempre mutevoli, del viversi come donne nel tempo, del muoversi da donne negli spazi della relazionalità, dell’agire da donne gli ambiti lavorativi, del percorrere da donne le città, dell’esprimersi e del farsi spazio in quanto donne.

Non consiste nel rinforzare quelle caratteristiche delle modalità di ‘essere donna al singolare’ che abbiamo, con poca consapevolezza dei pericoli, accolto e anche elaborato: non si tratta di tenere a mente che la donna è quella della relazionalità, che la donna è quella con scarsa propensione al rischio in favore di una visione concreta della realtà, che la donna aggiunge al pragmatismo maschile l’etica dei sentimenti. Ogni definizione essenzialista, nell’accedere a uno stereotipo, introduce una chiusura. Si tratta, piuttosto, di riconoscere la capacità reale, concreta, esperita da ciascuna di noi, nella diversità delle scelte e delle condizioni, di affrontare e gestire situazioni complesse, di trovare risorse per far fronte all’inaspettato, di dare risposte mantenendo l’integrità di sé o rafforzandola.

I modelli di donne che ce l’hanno fatta ci servono come riferimenti, come ambiti del possibile cui tendere, come risposte concrete, vitali ed efficaci agli interrogativi della vita e della conoscenza. Sono segni di una realizzazione che ciascuna di noi ha la possibilità di rappresentarsi e ha il diritto di perseguire. Nella coscienza di sé in quanto donna e persona, nella libertà di diritti uguali, nelle scelte che può percorrere.

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numero 9 - settembre 2012

 

Gentile socia, gentile socio,

nell’inviarti il numero 9 di La Rete siamo noi, ti ricordiamo che domani venerdì 28 settembre 2012 avrà luogo l’Assemblea dei soci della nostra Associazione alle ore 17.30 presso l'Aula 0B dell'Edificio H3 dell'Università degli Studi. Le votazioni avranno luogo inderogabilmente dalle ore 18.00 alle ore 19.00.

Nell’attesa di vederci di persona al successivo incontro conviviale, ti giungano i nostri migliori saluti.

Il Comitato Direttivo

 

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 9 - settembre 2012

In questo numero:

- Introduzione

- Cyberspazio e differenze di genere

- Maschia Italia

- Progetto ReINcluse: il cucito

- La prima volta dentro


Introduzione

Comitato Direttivo

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Chi desidera rivedere i numeri precedenti di La Rete siamo noi, può trovarli sul nostro sito http://www.retedpitrieste.it/" href="http://www.retedpitrieste.it">www.retedpitrieste.it.

Per quanto riguarda l’invio di materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 dicembre 2012.

Buona lettura.


Cyberspazio e differenze di genere

Francesca Soglian

Avere accesso alla rete, digital divide, godere della disponibilità della conoscenza e della circolazione dei messaggi, far parte in modo attivo e completo della Nuova Società dell'Informazione, sono temi ormai entrati a pieno titolo nel nostro quotidiano, ma come ci collochiamo noi donne all'interno di questo scenario? Si può parlare di una “parità di genere digitale”?

Procediamo con ordine.

Innanzitutto partiamo dal concetto di digital divide. La tendenza è quella di restringere il significato di digital divide al divario tra coloro che hanno accesso alle nuove tecnologie e coloro che non lo hanno, a chi accede al mondo dell'informazione e chi, al contrario, ne è escluso, senza invece tener conto che il quadro è più ampio poiché non è solo una questione di avere accesso o meno ai mezzi tecnologici, è necessario considerare che l'accesso è differente a seconda del livello di istruzione, delle competenze, delle capacità di utilizzare le nuove tecnologie, delle modalità e delle possibilità di incorporare tutto ciò nei propri tempi e nei propri spazi personali. A ciò si uniscono l'abitudine ad interfacciarsi con lo strumento tecnico, la varietà di usi che i soggetti ritengono di poterne fare in modo efficace ed efficiente, l'intensità d'uso, l'autonomia e, non ultime, le caratteristiche personali e perciò anche le caratteristiche di genere.

Tra gli stereotipi di genere si riscontrano frequentemente quelli che vedono la donna affetta da una sorta di computerfobia, svantaggiata nell'apprendimento di nuove tecniche e fagocitata da una serie di altre occupazioni quali la cura della famiglia, figli in primis, cura della casa e attività varie che portano via tempo alla connessione.

Nella Conferenza di Riga dell'11 giugno 2006, la Commissione Europea ha individuato anche i soggetti di genere femminile tra i segmenti di popolazione più esposti all'impoverimento digitale.

Vari sociologi, interpretando i dati provenienti da studi e ricerche condotti a livello nazionale e internazionale, hanno evidenziato aspetti fondamentali che vanno presi in considerazione nel parlare di una partecipazione paritaria al mondo dell'informazione.

Il primo è l'accesso, che come già ricordato, si riferisce non solo alla disponibilità della dotazione tecnologica ma anche al tempo dedicato in ambito domestico, al numero di strumenti presenti in famiglia.

Il secondo aspetto riguarda la competenza. Noi donne siamo inclini a sottovalutare le nostre capacità di far uso della tecnologia e purtroppo quest'atteggiamento porta ad un'autopercezione a non essere capaci che però spesso non corrisponde ad una reale incapacità. Tutto ciò si lega anche ad una tradizione culturale, ad una permanenza di stereotipi, che vedono la tecnologia come territorio tipicamente maschile nel quale noi donne sembriamo muoverci in modo ansiogeno e meno sereno, tendiamo ad attribuirci capacità minori e questo incide sull'approccio con lo strumento e può presentare un rischio nell'ambito lavorativo tenendoci distanti da professioni strettamente legate alla tecnologia. A conferma di tale visione, vi è la situazione di Paesi dove ci si avvia ad una chiusura dei gap di genere per quanto concerne livello di istruzione e tasso occupazionale, ma permangono differenze significative nell'accesso e nell'uso di nuove tecnologie.

Il terzo aspetto è l'uso. Esso è correlato agli interessi e alle motivazioni associati ai ruoli sociali di genere: gli uomini sarebbero più orientati verso una dimensione più individualistica di empowerment lavorativo e dell'intrattenimento, noi donne, invece, verso attività più legate alla sfera delle relazioni interpersonali, più imperniate sulla comunicazione con gli altri e per gli altri.

I dati del Rapporto dell'ISTAT “Cittadini e nuove tecnologie”, pubblicato lo scorso dicembre, offre un quadro sulle specificità di genere che si presentano nel mondo della rete nel nostro Paese. Nonostante vi sia una crescita nell'uso del PC e di Internet rispetto al 2005 sia per gli uomini che per le donne (Tabella 1), emerge che la popolazione maschile, per esempio, è più attiva di quella femminile nello scaricare software (35,4% rispetto al 18,9% delle donne) e nell’e-banking (36,5% rispetto al 27,2% delle donne), le donne, invece, si dimostrano più interessate e propense ad utilizzare il web per reperire informazioni sanitarie (52% delle donne contro il 39% degli uomini) e per cercare informazioni su attività di istruzione o corsi di qualunque tipo (38% contro il 34,5% degli uomini). Minori differenze tra i due sessi si riscontrano per attività quali spedire o ricevere e-mail (81,8% degli uomini contro il 79,5% delle donne), leggere o scaricare giornali, news, riviste (53,7% degli uomini contro il 47,9% delle donne), leggere e postare opinioni su problemi sociali o politici su web (25% degli uomini contro il 20,3%), telefonare via Internet (24,9% degli uomini contro 21,4% delle donne). Da tale Rapporto emerge inoltre che le attività informatiche restano una prerogativa maschile: capacità di istallare un nuovo sistema operativo (35,1% degli uomini contro il 16,5% delle donne), di modificare o verificare i parametri di configurazione di applicazione di software (36,2% contro il 19% delle donne), di installare periferiche (il 68,5% degli uomini rispetto al 50,6% delle donne) e di trasferire file da computer ad altri dispositivi (70,9% contro il 60,3%). Anche le modalità di apprendimento delle competenze per navigare in rete presentano alcune differenze rispetto al sesso. Gli uomini mostrano una maggiore propensione all’acquisizione delle abilità attraverso la pratica (77,4% contro il 74,1% delle donne) e lo studio individuale (30,7% contro il 20,7% delle donne), mentre le donne ricorrono principalmente all'aiuto di colleghi, parenti e amici (70% contro il 67,1%).

C'è quindi del lavoro da compiere anche verso una parità di genere a livello digitale e io credo che questa per noi donne sia una grande opportunità da cogliere, solo noi possiamo fare la differenza per noi stesse. Come dimostrano i dati noi siamo più portate a vedere un ruolo funzionale del cyberspazio e siamo brave nelle relazioni, la tecnologia per noi può diventare un prezioso alleato anche nel mondo dell'occupazione con forme di imprenditoria femminile grazie ai costi contenuti dello strumento, alla facilità e all'immediatezza dei contatti (solo per citare alcuni esempi), senza perdere di vista aspetti importanti tra cui quello della conciliazione lavoro-famiglia.

 

Uso del PC

Uso di Internet

2005

2011

2005

2011

Donne

34,70%

47,40%

26,90%

46,70%

Uomini

45,30%

57,20%

37,10%

56,60%

Tabella 1: Confronto nell'uso delle nuove tecnologie in Italia (Fonte Rapporto ISTAT “Cittadini e nuove tecnologie” - 2011)

 

 

Bibliografia e sitografia:

R. Bracciale Donne nella rete. Disuguaglianze digitali di genere. FrancoAngeli 2010

http://www.cirsdig.it/Pubblicazioni/salvo.pdf.pdf" href="http://www.cirsdig.it/Pubblicazioni/salvo.pdf.pdf">http://www.cirsdig.it/Pubblicazioni/salvo.pdf.pdf" style="color:gray">http://www.cirsdig.it/Pubblicazioni/salvo.pdf.pdf - M. Salvo Il digital divide nella sua più recente configurazione: dalle differenze intergenerazionali alle differenze di genere – C.I.R.S.D.I.G (Centro Interuniversitario per le ricerche sulla Sociologia del Diritto e delle Istituzioni Giuridiche) 2006

http://www.istat.it/it/archivio/48388" href="http://www.istat.it/it/archivio/48388">http://www.istat.it/it/archivio/48388" style="color:gray">http://www.istat.it/it/archivio/48388


Maschia Italia*

Il 27 giugno 2012 veniva reso pubblico un rapporto dell’ONU sulla violenza sulle donne in Italia con un titolo ad effetto “L’Italia tollera il femminicidio”; al suo interno delle accuse molto gravi: “il femminicidio è un crimine di Stato tollerato dalle Istituzioni pubbliche per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne che vivono diverse forme di discriminazione e di violenza durante la loro vita” e ancora “la maggioranza delle manifestazioni di violenza non sono denunciate perché vivono in un contesto culturale maschilista dove la violenza in casa non è sempre percepita come crimine, dove le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili delle violenze”.

Il 29 giugno la stampa riporta “Massacra la moglie col mattarello, lei lo aveva denunciato per stalking”. A colpirla a morte, sfondandole il cranio, sotto gli occhi dei tre figli, due maschi di 7 e 2 anni e una bambina di 5, il coniuge, medico, primario di un ospedale del Nord. Solo tre mesi prima la donna aveva denunciato l’uomo per stalking (minacce, insulti, violenze). “Ora rinchiuso nel carcere con l’accusa di omicidio volontario, l’assassino non sa che i due figli più grandi, in lacrime, continuano a chiedere della mamma”.

Tristi note di questa “maschia” Italia, Paese sempre meno adatto alle Donne.

Edi Haipel

Muggia, 1 luglio 2012

* Testo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo


Progetto ReINcluse: il cucito

Paola Lena

Quando venni a conoscenza per la prima volta del Progetto ReIncluse realizzato dalla nostra Associazione a favore delle detenute della sezione femminile del carcere di Trieste, ne fui subito entusiasta e diedi la mia disponibilità per il gruppo di lavoro che avrebbe dovuto occuparsi della presentazione di film, libri e altro.

Successivamente, quando alcuni mesi dopo, nel corso di una delle nostre riunioni, mi si chiese collaborazione anche per il corso di cucito, fui molto contenta di aderire anche a questa parte del progetto, perché sapevo che già in altre città d’Italia si erano attuate con successo attività simili e quanto fosse importante portarle avanti anche per Trieste dove ancora nulla era stato fatto. Inoltre, essendo amante del cucito fin dall’infanzia, l’idea di confezionare borse mi dava l’occasione di riprenderlo con rinnovato impegno, dopo un lungo periodo di abbandono. Si trattava infatti, per la prima volta, di confrontarmi con altre persone all’esterno di casa.

Scrivere di questo ora mi fa venire in mente mio padre. Quando bambina piccola mi risvegliai dopo l’intervento alle tonsille, mi venne vicino, mi diede un bacio e mi chiese che cosa volevo in regalo e io gli dissi: una macchina per cucire! Ricordo ancora il suo sorriso e la promessa mantenuta con una bellissima macchina per cucire giocattolo, che ancora ricordo perfettamente, di metallo, con una bella base d’appoggio e la manovella a disco con pomolo rosso. Cuciva alla perfezione e ne ero proprio contenta; peccato che nei nostri vari traslochi sia andata perduta.

Con la mia bella macchina giocattolo, da bambina mi piaceva tanto confezionare vestitini per le bambole e mi applicavo con molta cura e impegno. Da questo, nel tempo e con la nostra vecchia ma solida e affidabile Singer a pedale - che uso tuttora -, sono passata a confezionare tutte le tende di casa, le lenzuola e le tovaglie, e a realizzare piccole riparazioni soprattutto a gonne e pantaloni. Quest’ultimo lavoro, più impegnativo, col tempo, mi aveva portato a considerare la necessità di un corso di taglio e cucito, ma durante le prove presto mi resi conto che la confezione di abiti richiedeva, oltre al lavoro di cucito a macchina che tanto mi piaceva, un lungo e meticoloso lavoro di rifinitura. E’ questo lavoro infatti che fa sempre la differenza e la qualità di un abito di sartoria. Dopo diversi miserabili tentativi, lavori abbandonati a metà e arrabbiature perché non riuscivo a fare bene, ho tristemente preso atto che non avevo proprio la pazienza necessaria. La motivazione non era forte a sufficienza per superare la noia dei sopraggitti, dei bordi rifiniti a mano, delle accurate fermature dei fili.

Avendo celato questo mio fallimento in fondo al cuore, nel mettermi alla prova - come dicevo - per la prima volta fuori casa, con l’insegnate di taglio e cucito e le amiche dell’associazione, grande è stata la soddisfazione nel constatare che il mio lavoro veniva apprezzato, che venivo addirittura considerata un’esperta: vi assicuro non me lo sarei mai immaginata. E’ stata una sorpresa inaspettata che mi ha reso proprio felice. Grazie a tutte!  


La prima volta dentro

Loriana Crevatin

Che corsa per arrivare puntuale, lasciare i bambini, trovare parcheggio, spegnere il cellulare, ricordarsi di portare il documento, ma ce l’ho fatta. Ho mostrato la carta d’identità, ho messo la borsa nello stipetto..... La porta si chiude, sono dentro. Si chiude un’altra porta. Devo attendere perché si apra quella successiva. Percorro un lungo corridoio. Un’altra porta blindata si chiude dietro di me. Arrivo alla porta blindata successiva. Attendo che si apra. Che silenzio. La struttura dell’edificio sembra nuova, ma le inferiate sono vecchie. Una guardia prende un mazzo di chiavi, mazzo gigantesco, chiavi gigantesche, toppa della serratura gigantesca, gira tre mandate, la saracinesca si apre. Sono grossi tubi di ferro, ridipinti, ma sempre vecchi di una vecchia concezione delle carceri, quella per cui i detenuti potevano evadere limando le sbarre. Ecco, comincio a rendermene conto appieno. Il cellulare è rimasto fuori, tutti i miei effetti sono rimasti fuori, anche il mio documento di identità è rimasto fuori, i miei figli sono rimasti fuori, tutto il mondo è rimasto fuori, ho solo quello che indosso e sto percorrendo corridoi vuoti in cui il rumore delle mie scarpe causa un’eco assordante. Sento delle voci provenire da un cortile, per qualcuno quella è l’ora d’aria. Supero l’ennesima porta blindata, saluto l’ennesima guardia ed inizio a salire per alcuni piani. Sto raggiungendo la sezione femminile della Casa Circondariale di Trieste. Ad angosciarmi non sono tanto le sbarre che dividono i diversi piani della struttura, quanto l’idea che si sta facendo strada dentro di me. Comincio a capire cosa debba provare una persona che entra qui dentro imputata di un crimine. Quale significato di angoscia hanno quelle porte che si chiudono alle tue spalle man mano che vai avanti, con quanta sofferenza percorri ogni singolo gradino, sapendo che non ridiscenderai che tra un tempo infinito. Il carcere è un luogo in cui il tempo si distorce, sembra fermarsi, dilatarsi, perdere di significato, almeno il tempo della frenesia quotidiana di chi è fuori, non c’è più, in carcere non c’è fretta. Il tempo è solo un qualcosa che deve, assolutamente deve, passare, e si sa, non passa mai. E mentre sali quegli ultimi scalini hai la sensazione che quei piedi non siano più i tuoi di donna libera, lì per scelta, ma quelli tuoi di donna carcerata e il tuo stato d’animo diventa quello di sconforto totale, di perdita di tutti i punti di riferimento, cominci a sentire lo stesso senso di smarrimento che proveresti se fossi condotta per la prima volta nella tua cella, e mentre ti assale il magone, sai che tu non ne hai diritto, perché tu poi uscirai e per te sarà tutto finito, mentre le carcerate, quelle vere, loro sì, vedranno andare via anche te e rimarranno sole con il loro sconforto.

 

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numero 10 - gennaio 2013

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 10 - gennaio 2013

In questo numero:

- Introduzione

- Care Socie, cari Soci

- L’impazienza del maschio

- “Quando torni a casa picchia tua moglie...Tu non sai il perché ma lei lo sa”


Introduzione

Comitato di Redazione

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Chi desidera inviare del materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 aprile 2013.

Buona lettura.


Care Socie, cari Soci

Daria Parma

Care Socie, cari Soci,

con impegno ed entusiasmo, misto ad apprensione, ho accolto la nomina alla Presidenza di “Rete D.P.I – Nodo di Trieste”. Sento la responsabilità di questo compito: si tratta di proseguire sul cammino tracciato con competenza e serietà da chi ha costituito la nostra Associazione e, attraverso una serie di sfide vinte e di attività realizzate, l’ha fatta diventare un punto di riferimento nelle politiche delle pari opportunità, nelle lotte contro ogni forma di discriminazione e nella promozione della dignità della persona. L’Associazione è divenuta, come sancito dallo Statuto, portatrice di interessi in tutti quei processi decisionali che una società pluralista e democratica, attenta alla persona e intesa a difendere la parità dei diritti si propone e realizza. Le azioni compiute si sono estese, non solo all’ambito locale, ma hanno investito soggetti regionali, nazionali e persino internazionali, mantenendo sempre quel carattere apolitico, apartitico e aconfessionale che ne ha definito l’identità. Il numero delle persone associate è via via cresciuto, facendo del nostro sodalizio una realtà significativa e di prestigio, che si interfaccia efficacemente con le istituzioni.

Le conquiste delle persone che, credendo nelle attività realizzate e nei fini perseguiti, hanno fondato l’autorevolezza e la solidità di “Rete D.P.I. – Nodo di Trieste” sono riferimenti imprescindibili nel progettare e costruire i nuovi percorsi. Mi riferisco a quanto realizzato da Elisabetta Tigani Sava, che è stata Presidente sin dalla costituzione dell’Associazione e si è spesa per la sua crescita con dedizione e impegno; al lavoro di tutte le persone che ne hanno costituito il Direttivo, nei due mandati passati, improntando le scelte del sodalizio e sostenendone le attività; a tutte le Socie e i Soci che hanno affrontato le sfide di un soggetto nato per promuovere politiche partecipate di eguaglianza e solidarietà.

É nel solco di quanto definito e realizzato fino ad oggi che vorrei che la mia azione e quella delle persone che mi affiancano nel Direttivo si innestasse: per dare continuità ad una realtà ormai configurata e, ove possibile, slancio alle iniziative che intraprenderemo. Sono convinta che tutto ciò sarà possibile se si realizzerà, insieme al sostegno, il coinvolgimento partecipato, attivo e propositivo di tutte le Socie e tutti i Soci. Facendo rete potremo conseguire gli obiettivi che appaiono velleitari a un’azione solitaria. Le scelte condivise e partecipate ci consentiranno, non solo di “essere” Associazione, ma di “esserci” nella realtà dei nostri giorni. La presenza di tutti darà significato a questa esperienza e valore a quanto potremo fare insieme.


L’impazienza del maschio*

Da alcuni mesi, sul quotidiano “Il Piccolo”, oltre ai soliti, purtroppo, “monotoni” titoli: “Uccide la moglie con 11 coltellate”, “Si sveglia dal coma e accusa il marito di averla spinta giù dal balcone”, e simili, sono comparsi al loro fianco titoli ancora più efferati: “Rifiuta le nozze combinate, sequestrata in casa e stuprata”, “Il nuovo compagno abusa della figlia minore della convivente”, “In crescita i reati sessuali contro i minori”. Nel 2011 sono stati 5 mila i bambini abusati, violentati e la maggioranza erano bambine. Nel mondo sono 100 milioni quelle costrette a sposare uomini adulti. Un’emergenza tale che l’ONU ha proclamato nel 2012 per la prima volta l’11 ottobre Giornata mondiale delle bambine, mentre il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale contro la violenza sulle Donne. Un’emergenza rosa dove il colore rosa si fa sempre più rosso.                                      

Edi Haipel

Muggia, 11 ottobre 2012

* Testo inviato alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo


“Quando torni a casa picchia tua moglie...Tu non sai il perché ma lei lo sa”

(Confucio)

Ignazia Zanzi

La cronaca registra un numero di casi di violenza alle donne, maltrattamenti, vessazioni fisiche e psichiche, paragonabili se non a un bollettino di guerra a un'emergenza, anche nei paese “evoluti” dell'Occidente democratico.

I dati sono allarmanti: violenze che vanno dalle forme più barbare dell’omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione ed alla negazione della libertà negli ambiti familiari, alle manifestazioni di disprezzo per il corpo femminile. Una ricerca del Consiglio d’Europa afferma che l'aggressività maschile è la prima causa di morte violenta e d'invalidità permanente per le donne tra i 16 e i 44 anni in tutto il mondo, e che tale violenza si consuma per lo più fra le pareti domestiche.

Non occorre spingersi quindi a trovare giustificazione nella millenaria saggezza cinese perché ci si può imbattere in questa violenza quotidianamente all'interno delle famiglie, nelle relazioni di coppia. La violenza domestica non ha passaporto. Quasi che la conflittualità, segno di confronto di diversi punti di vista, idee, aspirazioni di genere, la risposta nel quotidiano alle mutate relazioni fra i sessi, trovino in troppi casi con la violenza sulle donne espressione di un'antica attitudine maschile. E in più, paradossalmente, queste violenze ai corpi e alle menti, pretendono di trovare giustificazione nell'amore. Malato certo, di uomini deboli, fragili e sconfitti, è il giudizio unanime gli esperti. Storie di amore criminale che possono indistintamente interessare tutte. Delle quali quasi solo le donne parlano. Un silenzio assordante - qualcuno l'ha definito - che deve essere sostituito da una riflessione che coinvolga non poche voci maschili ma molte: nelle famiglie, nelle scuole e università, nei luoghi della politica e dell'informazione, nei luoghi di lavoro.

C’è una cultura da cambiare. E’ la cultura che viene somministrata ai maschi sin da piccoli e, purtroppo, anche dalle e alle donne in modo più o meno diretto.

Intanto si protegga quel poco che si ha: i Centri Antiviolenza che sono a rischio perché soffrono una costante diminuzione di fondi. Come altre realtà che operano sul territorio: affrontano le stesse difficoltà anche perché non esiste una legge nazionale che garantisca la continuità e l’omogeneità degli interventi.

I Centri Antiviolenza sono luoghi dove si può trovare formazione, protezione, sostegno legale, psicologico e materiale. Capire, parlare alle persone giuste significa salvarsi.

La psichiatra francese Marie France Hirigoyen, nel libro Molestie morali, dimostra che c’è sempre un momento preciso in cui tutto si decide: un evento, anche solo una frase. Segnali di un’ossessione malata che è quasi sempre destinata a crescere. Le chiavi per decodificare i segnali è importante che le abbiano i professionisti (medici, psicologi, poliziotti) che per primi incontrano le donne che vincono imbarazzo, vergogna, sensi di colpa e parlano con loro. Imboccare il tunnel che le porta a diventare vittime di violenza sarebbe meno facile e frequente.

Gli uomini devono riflettere, far sentire la loro voce. Gli uomini possono cambiare, se vogliono: anche quelli violenti.

Primo passo: rendendosi conto di aver passato il segno. La violenza è il problema non è la soluzione. Se riconoscono la violenza, riconoscono di essere responsabili, verso se stessi e verso gli altri.

Contrariamente al senso comune, occorre, certo, molto coraggio per chiedere aiuto. Per non fingere che sia sempre colpa degli altri. Per non credere di bastare a se stessi. Occorre molta forza per non dare nulla per scontato e accettare il fatto che si può cambiare e che ci sono persone che possono accompagnare lungo strade nuove. Per questo motivo l'Azienda USL di Modena il 25 novembre, nel 2011, nella Giornata Internazionale contro la violenza alle donne, aveva presentato l'avvio di un programma sperimentale per il trattamento degli uomini autori delle violenze. Il programma si connota come un innovativo 'nodo' all'interno della rete territoriale esistente, unico esempio in Italia di struttura pubblica che segue gli uomini maltrattanti. Il Centro LDV “Liberiamoci dalla violenza” era una scommessa un anno fa: attualmente è una certezza che può delineare un percorso futuro di cambiamento per molti uomini.


 

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numero 8 - marzo 2012

 

La Rete siamo noi

La comunità dell’Associazione Rete DPI

numero 8 - marzo 2012

In questo numero:

- Introduzione

- Cattive madri

- Donne dentro

- 8 marzo

- Una rivoluzione silenziosa


Introduzione

Comitato Direttivo

Di seguito esplicitiamo le poche regole che ci siamo poste/i. Possono scrivere e ricevere La Rete siamo noi tutte le socie ed i soci in regola con le quote associative. Posto che ciascuno è responsabile di ciò che scrive, è previsto che ogni contributo sia firmato. La lunghezza di ciascun contributo sarà di 1 pagina (1 cartella) massimo. Vanno rispettate le tempistiche che ci porremo di volta in volta. Per quanto riguarda le tematiche, queste, in linea con il nostro Statuto, saranno esperienze legate al tema della cultura di genere e delle pari opportunità, maturate in ambito personale, lavorativo, in ambito culturale e storico, o derivate dal confronto con altre culture e religioni. Non saranno presi in considerazione scritti di propaganda, né scritti lesivi per chicchessia.

Per quanto riguarda l’invio di materiale per il prossimo numero, la scadenza è il 10 maggio 2012.

Buona lettura.


Cattive madri

Daria Parma

La causa di un bambino in difficoltà, con problemi di apprendimento e di relazione, va ricercata in una madre inadeguata?

Questo emerge con forza dalle interviste di un gruppo di psicoanalisti francesi, le cui affermazioni sulla natura dei disturbi autistici sono raccolte in un video, “Le mur. La psychanalyse à l’épreuve de l’autisme”, realizzato nel 2011 dalla giornalista Sophie Robert. Il video, che presenta delle tesi choccanti, è stato censurato: nonostante le prove portate dall’autrice in relazione alle registrazioni originali da cui è stato tratto il documentario e alla fedeltà del prodotto realizzato, è prevalsa, in giudizio, la tesi accusatoria, sostenuta dagli psicanalisti già intervistati, secondo cui il montaggio sarebbe una distorsione dello spirito degli interventi. Vi è, comunque, una versione con sottotitoli inglesi ancora reperibile su youtube,* che vale la pena di visionare per comprendere quanto tesi sessiste e stereotipi di genere continuino ad influenzare i modelli di analisi della funzione genitoriale e a schiacciare le madri nel ruolo di colpevoli delle fragilità, degli insuccessi e persino delle malattie dei figli.

I disturbi legati all’autismo – la difficoltà di comunicazione linguistica e gestuale, di interrelazione e di integrazione sociale – sono addebitate a madri inadatte, che persino durante la gestazione, e poi in una fase di depressione post-partum, determinerebbero, con il loro rifiuto, la chiusura del figlio ‘in una bolla’, rendendolo, così, incapace di autonomia e di percezione di sé. Il bambino, cui sarebbe impedito il distacco dal legame naturale con la madre e l’accesso al mondo simbolico del padre e al linguaggio, che ne rappresenta la forma più strutturata, tradurrebbe in comportamenti di regressione e di chiusura la percezione del disamore materno. Svilupperebbe, dunque, un disturbo di tipo psicotico e non, come invece affermano molti studi di genetica e di neuroscienze, tradurrebbe un problema nella codificazione genetica in una serie di rappresentazioni mentali e di comportamenti, che un’adeguata terapia cognitivo-comportamentale potrebbe rigovernare.

Vediamo alcune affermazioni contenute nel video:

“Talvolta, quando la madre è depressa in gravidanza o dopo il parto, il bambino può diventare autistico”.

“La madre si situa dal lato della natura, il lato animale, mentre il padre è quello che fonda la cultura”.

“Il fondamento del mio lavoro di analista con bambini autistici è di rinunciare all’idea di un miglioramento”.

“L’incesto paterno fa parte dei guasti, rende le bambine appena un po’ fragili. I ragazzi che penetrano la madre divengono, invece, psicotici”.

“La gravidanza non è che biologica, il bambino non esiste come persona. E’ immerso in un vuoto relazionale che dà origine all’autismo”.

“La madre risponde alla legge del capriccio. La funzione paterna è di guida del bambino, è una sorta di bussola.”

“Uno dei ruoli della psicoanalisi è di agire secondo un processo di disincantamento.”

Se il disincanto cui la psicoanalisi ci aiuterebbe a pervenire, consiste nel rappresentarci la sindrome autistica come l’effetto determinato sui figli da donne incapaci o indisponibili a essere madri –seppure solo a livello inconscio-, strette in un ruolo astoricamente naturale o capricciosamente inadeguato, allora possiamo scegliere di prendere le distanze da una disciplina che si vuole scientifica nel determinare il limite dell’essere donne e nell’additarci le colpe di cui ci macchiamo pur nella nostra inconsapevolezza!

* http://www.youtube.com/watch?NR=1&;feature=endscreen&v=W-zofLBFjto


Donne dentro

Anna Del Piccolo

Anni fa una mia cara amica, suor Arcangiola, mi raccontò che, collaborando con la Caritas, andava in carcere a Padova a portare conforto alle persone detenute. Ricordo che la mia reazione è stata immediata: “Io non potrei mai farlo!” invece ancora una volta sono rimasta sorpresa da me stessa e dalla mia disponibilità immediata a partecipare al Progetto ReIncluse della Rete Dpi – Nodo di Trieste.

Per capire meglio questa realtà a me sconosciuta, ho partecipato a tutti gli incontri promossi dalle Educatrici all’interno della Casa Circondariale di Trieste e sono stata presente al convegno “Oltre al muro…la città”; ho ascoltato con attenzione tutti i consigli di chi già opera all’interno del carcere come volontario di altre Associazioni e ho visitato i luoghi dove le persone rinchiuse passano le loro giornate dalle ore interminabili.

Ho concluso che, se volevo entrare nella Sezione femminile e portare qualcosa di positivo dall’esterno, dovevo fare un grande lavoro su me stessa partendo dalla consapevolezza che le donne che incontravo erano già state giudicate e non avevano bisogno di sentirsi studiate, analizzate o compatite da altre donne bensì accettate per ciò che sono: donne, appunto. Con spirito libero e lasciandomi alle spalle le preoccupazioni della mia vita, sono entrata in punta di piedi in questa struttura che ora sento come “mia” perché all’interno ho trovato persone desiderose di avere notizie fresche dall’esterno e bisognose di una parola di speranza per il loro futuro. Il progetto della Rete DPI – Nodo di Trieste infatti prevedeva in una prima fase di coinvolgere le donne in un lavoro di sartoria per permettere loro, al momento dell’uscita dal carcere, di avere le basi del corso di taglio/cucito. Alle detenute che partecipano viene dato un contributo in termini economici così da permettere loro di disporre di piccole somme di denaro che possano aiutarle nelle necessità quotidiane.

Purtroppo non tutte le donne hanno aderito alla nostra iniziativa perché, a differenza degli uomini, soffrono molto più per la mancanza di uno spazio tutto loro che possa ricreare l’atmosfera di casa e pertanto la grande maggioranza si lascia andare alla depressione e fa difficoltà ad alzarsi dal letto. Le donne recluse preferiscono guardare il soffitto o la tv e rinunciano pure al momento di ricreazione per stare sole con loro stesse, i loro pensieri, i loro ricordi.

Delle persone conosciute all’interno della struttura di Trieste mi ha colpito molto il loro bisogno di presenza vicina e costante ma soprattutto anche il desiderio di un contatto fisico sincero. Non è facile per loro lasciarsi andare, non è facile sorridere a persone sconosciute, c’è sempre il timore che queste vogliano qualcosa in cambio o possano riferire in giro i fatti propri… Quando invece hanno sentito che il mio andare da loro è disinteressato, che desidero star loro vicino con una parola affettuosa, un gesto amorevole come una stretta di mano o una carezza, allora la loro paura si è sciolta e abbiamo iniziato a costruire quello che io chiamo un vero rapporto. Ora per noi il rivederci è momento di festa, io non posso trattenermi dall’abbracciarle e dal baciarle e quando arriva l’ora di andarmene, ogni volta mi sento triste perché fino al mio prossimo rientro so che mi mancheranno. Anche con il personale di sorveglianza il rapporto si è intensificato, possiamo parlare di cose serie, ma anche scherzare ogni tanto e il clima risulta molto gradevole. Quello che mi piace tantissimo è che, intorno a un tavolo di lavoro, in mezzo alle stoffe, ai fili, alle forbici, alla carta velina, ciò che conta è lo spirito, che è quello di un gruppo di donne qualsiasi che si ritrova a un laboratorio di sartoria e chiacchiera delle situazioni che stanno più a cuore: famiglia, figli, lavoro. Io, in mezzo a loro, sento che siamo uguali, e, al di là dei problemi che condizionano la loro vita e al di là di ciò che hanno commesso, sento che siamo DONNE e spero che tutto questo abbia un senso anche per loro.

E’ molto dura, dover dividere un piccolo spazio con persone mai viste, che possono essere ammalate, che non rispettano le norme igieniche e non collaborano.

Una signora un giorno mi ha detto “Il tempo qui non passa mai“: io spero che il tempo che io dedico con tutto il cuore a questo progetto non sia tempo sprecato, ma possa aiutare queste donne a vivere qualche ora in allegria o perlomeno in compagnia di un’altra donna che si mette in ascolto e non giudica la loro vita.

Vi assicuro che a me, il tempo trascorso con loro, passa velocissimo e, quando esco, mi sento ogni volta felice, caricata, come se in realtà fossero loro a donare a me la vitalità.

Io esco, respiro a fondo, guardo il cielo e ringrazio di vivere una vita semplice, ma libera.


8 marzo*

“State molto attenti a far piangere una donna,

che poi Dio conta le sue lacrime.

La Donna è uscita dalla costola dell’Uomo,

non dai suoi piedi per essere pestata,

né dalla testa per essere superiore,

ma dal fianco per essere uguale.

Un po’ più in basso del braccio per essere protetta

e dal lato del cuore… per essere amata!”

Edi Haipel

Muggia, 2 marzo 2012

* Poesia inviata alla Rubrica Segnalazioni del quotidiano Il Piccolo


Una rivoluzione silenziosa

Raffaella Zorn

Che sia un cellulare tradizionale o uno di nuova generazione, paragonabile ad un vero e proprio computer, sono ormai poche le persone che non hanno un telefonino in tasca. Divenuto di fatto l' immancabile compagno di viaggio in ogni nostro spostamento, sia che si vada al lavoro, sia che la trasferta avvenga per svago, spesso viene usato ovunque e in qualunque momento, più volte al giorno, con persone diverse o con la stessa persona.

Se all'inizio era considerato principalmente uno status symbol ora è diventato uno strumento più che necessario per un numero sempre crescente di persone, e per tale motivo si colloca a pieno titolo in quelle tecnologie che hanno cambiato e cambiano tuttora il modo di comunicare. Senza che se ne accorgessimo, infatti, ha dato luogo ad una "rivoluzione" che si è compiuta silenziosamente nelle tasche della gente.

Grazie a questo strumento comunichiamo più spesso, ma le nostre interazioni sono molto veloci e a volte forse anche troppo sbrigative. Con il cellulare le decisioni, sia private che di lavoro, possono essere prese ovunque, in un attimo, su due piedi. Anzi, a dire il vero, questo è ciò che in realtà ci si attende da chiunque. L'utente si aspetta una risposta immediata ad un problema, perché ormai abituato ad agire in fretta in una società dove ormai tutti vanno di fretta.

Del resto anche i nostri programmi non sono più così precisi, possono essere decisi da un momento all'altro, ma con la stessa facilità possono venir cambiati. Siamo capaci di fissare un appuntamento con degli amici, ma se all'ultimo momento qualcuno di più interessante chiama e propone qualcosa di meglio, basta telefonare ai malcapitati amici ed avvisare del contrattempo. Oppure, mentre si guida verso un posto dove c'è qualcuno che ci attende, possiamo in qualsiasi istante cambiare direzione, inventando una scusa, e liquidando gli altri con un semplice SMS.

Senza rendercene conto e grazie a questo nuovo sistema di comunicazione, abbiamo adottato un modo di vivere un po' "nomade" che ci permette di cogliere tutte le opportunità che riteniamo migliori per noi in quel preciso istante.

Ma allo stesso tempo non riusciamo a soffermarci più di tanto su una sola opportunità, diventando così pure noi perennemente indecisi e in movimento.

La rivoluzione silenziosa che si è compiuta grazie al cellulare ha cambiato la qualità della nostra vita.

Ma la qualità delle nostre relazioni ne ha veramente guadagnato? Oppure abbiamo perso, senza nemmeno accorgercene, una buona parte di quello spazio privato dove, fino a qualche tempo fa, ci si poteva scambiare piacevolmente le proprie idee e soprattutto le proprie emozioni? Le comunicazioni veloci e il modo di vivere alla "giornata" non sono sicuramente in armonia con un tradizionale modo di vivere al quale forse eravamo abituati fino a qualche tempo fa. Ora ci ritroviamo davanti ad un paradosso: telefoniamo di più, siamo più in contatto, ma allo stesso tempo è aumentato il senso di solitudine e di insoddisfazione, soprattutto tra i più giovani. Ci siamo lasciati sopraffare da questa splendida e luccicante tecnologia, sicuramente molto affascinante, che ci permette ogni cosa, ma che ci fa dimenticare l'essenziale. Dove essenziali siamo solamente noi. Con le nostre famiglie e i nostri cari. Riusciremo prima o poi ad accorgercene e a fermarci anche solo per un attimo? Per ascoltarci veramente, magari guardandoci negli occhi e non nascosti dietro ad un telefonino?

Più o meno consapevoli viviamo nella società della "in-comunicazione", dove tutti comunicano con tutti, ma in realtà non si ascoltano per niente.


 

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